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09 Giu 2007
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Conflitti di interesse, chemioterapia e influenza del tipo di compenso

Una ricerca di studiosi delle Università del Michigan e di Harvard ha dimostrato come il sistema di pagamento degli oncologi possa indurre a scegliere i farmaci per loro più remunerativi e più costosi. Lo studio ha riesaminato quanto Medicare ha pagato tra il 1995 e il 1998 per differenti schemi di chemioterapia e quale trattamento hanno ricevuto 9357 pazienti con più di 65 anni affetti da cancro avanzato di polmone, mammella, retto-colon. I ricercatori hanno focalizzato il lavoro su casi di cancro metastatizzato, in quanto i medici hanno maggior discrezione nel trattamento di questi stadi di malattia, per i quali ci sono scarse evidenze che una chemioterapia
funzioni meglio di un’altra. Lo studio conclude che, almeno in quegli anni, gli oncologi tendevano a basare le loro scelte sulla base del ritorno economico loro derivato dai vari schemi di chemioterapia.
In particolare, emerge una differenza prescrittiva significativa tra gli oncologi dei centri universitari e quelli degli studi privati. I primi non hanno un vantaggio personale a prescrivere una chemioterapia per infusione, mentre i secondi hanno un vantaggio a somministrare chemioterapia infusionale piuttosto che per via orale. Nella terapia del cancro metastatico della mammella nei centri universitari si prescrive la capecitabina per via orale nell’84-88% dei casi, e solo nel 13% la terapia infusionale; in nessun caso il costoso docetaxel). Negli studi privati solo il 18% prescrive la non remunerativa capecitabina per via orale, mentre il 75% somministra terapia infusionale (e di questa per ben il 40% il docetaxel).
Per alcuni schemi di chemioterapia infusionale gli oncologi privati acquistavano direttamente il farmaco con sconti fino all’86% e venivano rimborsati dal sistema assistenziale al costo di listino.

http://content.healthaffairs.org/cgi/content/abstract /25/2/437
http://healthyskepticism.org/news/IEJune06.htm

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