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23 Apr 2008
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Cosa vuol dire “wabi”?

Muriel Barbery
L’eleganza del riccio
Edizioni e/o 2007
pp. 319, euro 18

“Wabi” in giapponese vuol dire “forma nascosta del bello, qualità di raffinatezza mascherata di rusticità”. È questo che rappresenta Renée, una delle due protagoniste del romanzo L’eleganza del riccio, una portinaia cinquantenne, che ha accuratamente nascosto il suo “wabi”, dentro la più conformistica personificazione della portinaia di uno stabile di lusso a Parigi: grassa, sciatta, ciabattante, scorbutica, teledipendente. Vive sola con il suo gatto e dissimula un grande segreto.
È in realtà una persona che ama la lettura, la cultura, la musica, il bello, il cinema e dedica tutto il suo tempo a coltivare questi suoi amori, ma “in segreto”.
L’altro personaggio è Paloma, la figlia dodicenne di un ministro che abita in quel condominio con la sua famiglia (anche questa molto paradigmatica, sufficientemente snob evacua, con tutte le manie pseudoculturali della gauche au caviar) e nasconde anche lei un segreto: la preparazione del suo suicidio al compimento del tredicesimo anno. Fino ad allora nessuno dovrà sospettare che è in realtà una ragazzina geniale e colta e anche lei nasconde il suo “wabi” in una conformistica versione di adolescente mediocre e stravagante. Renée e Paloma vivono in incognito, ma cominciano a “sospettare” l’una dell’altra.
Un nuovo personaggio, il regista giapponese Ozu, sarà il deus ex machina che smaschererà le due donne e il loro segreto. E in questo mondo rigorosamente fatto a scale, in cui la scala sociale è rappresentata da gradini e pianerottoli che dal quinto piano scendono alla portineria, la superiorità umana, intellettuale e culturale costituirà le basi della complicità tra le due protagoniste e il nuovo inquilino che, svelando la loro finzione, consentirà alla forma del bello di venir fuori. Caso letterario in Francia, questo libro di Muriel Barbery, quarantenne, docente di filosofia, fa sorridere e diverte quando fa a pezzi gli inquilini snob del palazzo (il cattivissimo e fatuo critico gastronomico, i rampolli super-istruiti e ignoranti come la sorella di Paloma, Colombe, gli adulti sopravvissuti a decenni di strutturalismo e psicanalisi lacaniana solo per impasticcarsi di Prozac, le false sicurezze post-borghesi di inquilini supponenti), e commuove nel suo riflettere sul fatto che il pregiudizio sociale vuole una portinaia povera, ignorante, tanto insignificante da essere invisibile, che è sempre il pregiudizio sociale a decidere il valore di una vita, e che, come dice alla fine Paloma, “… andare alla ricerca del sempre nel mai. La bellezza, qui, in questo mondo”, può essere un atteggiamento veramente rivoluzionario.

Maria Francesca Siracusano
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