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06 Set 2008
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La carneficina dei minori

Almeno 54 mila minori uccisi nel 2002; 223 milioni costretti a rapporti sessuali o comunque a contatti fisici forzati; 218 milioni di bambini lavoratori, di cui 126 milioni coinvolti in attività rischiose, 1,8 milioni nel giro della prostituzione e della pornografia, più di 1 milione vittiadotme del traffico; tra 100 e 140 milioni di ragazze hanno subito una mutilazione genitale. Sono le cifre sconvolgenti – ma sottostimate – della violenza sui bambini nel mondo, contenute nel Rapporto del Segretario generale dell’ONU presentato in contemporanea a New York e a Roma dall’UNICEF e dall’OMS. Lo studio rileva che la violenza sui minori non risparmia nessun Paese, società o gruppo sociale; spesso rimane nascosta e socialmente accettata, e per molti bambini è una routine.
La violenza in famiglia è quella più nascosta, per vergogna o per paura. Ogni an no 275 milioni di bambini nel mondo assistono a episodi di violenza domestica.
A scuola le violenze perpetrate dagli insegnanti e dal personale scolastico inclu ono la violenza fisica, punizioni umilianti, violenze sessuali, bullismo. Punizioni corporali come picchiare o fustigare i bambini sono pratiche comuni nelle scuole di molti Paesi: sebbene le punizioni corporali nelle scuole siano state messe al bando in 102 Paesi, l’impegno a eliminarle non è stato mantenuto in maniera uniforme. La violenza sessuale e di genere è spesso diretta contro le ragazze a opera di insegnanti e compagni di classe maschi, ma sono anche indirizzate contro lesbiche, omosessuali, bisessuali e transgender. In 16 Paesi in via di sviluppo, una percentuale variabile dal 20 al 60% dei bambini in età scolare afferma di essere stata vittima di atti verbali o
fisici di bullismo.
Negli Istituti presenti nel mondo ci sono 8 milioni di bambini affidati alle cure delle istituzioni, soprattutto se disabili, poveri o con problemi familiari. Questi bambini sono altamente esposti al rischio di subire violenza, soprattutto da parte del personale: il macabro repertorio va dal picchiarli con le mani, bastoni e tubi di gomma, allo sbatterli contro il muro, chiuderli in sacchi di tela, incatenarli ai mobili, rinchiuderli in stanze gelide e lasciarli giacere in mezzo ai propri escrementi. Ci sono, poi, il bullismo degli altri bambini e la violenza mascherata come terapia per i bambini disabili: alcuni bambini, a volte di soli nove anni, hanno subito trattamenti elettro-convulsivi; ad altri sono state somministrate droghe. Poi ci sono i minori in carcere: sono circa un milione nel mondo e sono esposti a rischi di violenza da parte del personale carcerario, delle forze di polizia e dei detenuti adulti. In almeno 77 Paesi le punizioni corporali sono legalmente consentite all’interno degli istituti di detenzione.
In almeno 31 Paesi è ammesso condannare i bambini a pene corporali: possono essere picchiati, frustati, legati e sottoposti a trattamenti umilianti. Le bambine sono particolarmente esposte al rischio di subire abusi, specialmente se sorvegliate da personale carcerario maschile.
Più di 200 milioni di bambini lavorano, legalmente o illegalmente, e di questi 126 milioni svolgono lavori pericolosi; circa 5,7 milioni si trovano in condizioni di lavoro forzato. Questi bambini sono esposti a diverse forme di violenza, inclusi l’abuso e lo sfruttamento; la maggior parte delle violenze è inflitta dai datori di lavoro. I bambini di strada sono particolarmente esposti alle violenze, sia delle bande che dei poliziotti. I tassi di omicidi tra i ragazzi dai 15 ai 17 anni sono almeno tre volte e mezzo più alti di quelli tra i ragazzi dai 10 ai 14 anni: in molti casi la violenza scaturisce da contrasti personali tra amici e conoscenti, ed è alimentata e strettamente legata al consumo di droghe e di alcol e al possesso di armi. In Internet, si cerca di incontrare i bambini nelle chat room o nei forum, per adescarli e spingerli a rapporti sessuali.
Anche i bambini rifugiati o sfollati che vivono in comunità temporanee d’accoglienza devono fare i conti con la violenza: una ricerca condotta in Africa sulla condizione dei rifugiati indica la mancanza di luoghi pubblici sicuri come un ulteriore fattore di rischio. (ANSA, 12/10/07).
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