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14 Ago 2009
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Come aiutare un bambino che non dorme

Sara Letardi
Il mio bambino non mi dorme
Editore Bonomi 2008
pp. 232, euro 16,90
Mi ha scritto recentemente la mamma di Tommy: “Ho un bimbo di quasi quattro mesi e come la maggior parte delle neomamme ho il problema del sonno… come farlo addormentare da solo? È giusto lasciarlo piangere per due ore? Ormai è troppo tardi o troppo presto?”. Questo libro di Sara Letardi sembra scritto proprio per questa mamma, per diversi motivi.
Un primo motivo è senz’altro che l’autrice non è solo un’esperta studiosa della materia, ma anche una mamma che ha fatto esperienza vivendo i problemi affrontati dalla maggior parte dei genitori e che alla fine ha cercato e trovato le soluzioni che riteneva più giuste per i suoi bambini.
In questa ricerca personale è riuscita a documentarsi in modo approfondito e completo arrivando a significative riflessioni. Con questo libro la sua esperienza viene offerta ai genitori che desiderano conoscere il significato del sonno per un bambino piccolo e le importanti differenze che esistono tra il suo sonno e quello di noi adulti.
In particolare, sul problema della risposta ai richiami del bambino, e quindi su alcuni metodi che vengono da più parti proposti, Sara Letardi è molto chiara; già nella introduzione ci spiega: “Questo metodo non faceva per me, io volevo che mio figlio dormisse, non che piangesse” (e si riferisce al famoso metodo Ferber-Estivill che qui viene analizzato e contestato in maniera molto documentata). La proposta che l’autrice sviluppa è a nostro avviso acuta e convincente; essa sostiene che di fronte al problema del sonno occorre “adottare un approccio globale e integrato”e inventarsi soluzioni speciali dove “si può vincere solo se nessuno perde”. Se il nostro bambino piange significa che qualcosa lo disturba, anche a lui non piace dormire male, quindi non è logico che pianga inutilmente, per farci un dispetto o per un vizio (“e se piange per vizio – osserva Sara Letardi – è per vizio di vivere”). Il problema alla fine è come riuscire ad aiutare il bambino che fatica ad addormentarsi o che presenta
numerosi risvegli. Questo libro ha il grande pregio di non proporre un metodo, ma più semplicemente un programma.
Quello che viene descritto nella seconda parte del libro è un programma che parte leggendo e analizzando il comportamento del bambino, del nostro bambino e non di un ipotetico ideale bambino. Da qui parte un percorso lento e graduale, che richiede ai genitori costanza e pazienza (come del resto dovrà avvenire lungo tutto il cammino dello sviluppo e della crescita). Potremmo allora parlare di “pedagogia del sonno”, nel senso che occorre imparare a dormire ma occorre anche decidere cosa vogliamo che il sonno ci insegni. L’obiettivo è che il bambino impari a non piangere di notte, oppure che impari a contare sul nostro aiuto una volta che le sue capacità non riescono a sostenerlo? Sono numerosi gli studi di antropologia e di sociologia che dimostrano come il sonno solitario non favorisca l’indipendenza e l’autonomia, e come invece queste nascano dalla fiducia in se stessi e da una ‘base sicura’, inizialmente rappresentata dalla relazione positiva e rassicurante con i propri genitori. La strada indicata in questo libro, a nostro avviso, è valida ed efficace anche applicata ad altri temi della crescita e dello sviluppo; a un certo punto l’autrice sintetizza la propria esperienza di madre ricordandoci “che è il bambino a condurre il gioco, anche se siamo noi a indicare il percorso”. Come genitori dovremmo anche accettare con maggiore umiltà e disponibilità di considerare il punto di vista del bambino e rivivere così le emozioni della piccola Fabiana che un giorno disse ai suoi genitori: “Mi piace dormire nel lettone, così vi respiro”.
Alessandro Volta
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