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31 Ago 2010
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Congedi parentali

Interessanti i dati emersi da uno studio comparativo su dieci Paesi europei del Centro Dondena dell’Università Bocconi di Milano, dal titolo Return to work after childbirth: does parental leave matter in Europe. Un congedo parentale lungo e retribuito aumenta le possibilità delle madri di rientrare nel mondo del lavoro e migliora la salute del bambino. Ma la direttiva comunitaria approvata il 1º dicembre 2009, pur migliorando i trattamenti minimi, non prescrive l’obbligo di retribuzione né la condivisione dei congedi tra i genitori.
Un periodo di congedo retribuito che copra tutto il primo anno di vita del bambino aumenta la probabilità di una madre di tornare al lavoro. La normativa comunitaria fissa soltanto i termini minimi sia del congedo di maternità (quattordici settimane) sia di quello parentale facoltativo (tre mesi, che saranno elevati a quattro entro il prossimo biennio), lasciando alle legislazioni dei singoli Stati la possibilità di prolungare, in maniera retribuita o meno, il periodo di sospensione dal lavoro. La situazione varia quindi notevolmente da Paese a Paese, e proprio questa differenza consente di valutare gli effetti del congedo sulle probabilità e sulle condizioni del rientro al lavoro della madre. I dati messi a confronto sono quelli di Italia, Grecia, Spagna, Portogallo, Francia, Belgio, Austria, Regno Unito, Danimarca e Finlandia. Come era logico aspettarsi, la percentuale di madri che tornano al lavoro immediatamente dopo la fine del congedo di maternità è più alta laddove questo è più breve e non retribuito, probabilmente per il bisogno di uno stipendio e per la paura di non trovare un’altra collocazione. In Italia, dove sono previsti sei mesi di congedo retribuito al 30 per cento, il 25 per cento delle donne rientra al lavoro dopo i primi quattro mesi di vita del bambino.
In Austria, dove il congedo è interamente retribuito e dura 18 mesi, solo il 22 per cento delle donne torna al lavoro allo scadere del tempo minimo stabilito, mentre in Portogallo, dove è concesso un periodo di soli tre mesi non pagati, si sale al 60 per cento. Sono quindi la presenza e l’entità della retribuzione durante il congedo a orientare la scelta delle madri di utilizzarlo o meno. L’analisi mostra che anche l’istruzione delle madri è una variabile rilevante, che spinge a tornare prima al lavoro, perché l’assenza, per i livelli superiori di istruzione, presenta un costo relativo più alto, mentre il reddito familiare complessivo agisce in senso opposto, ovvero in famiglie più benestanti le madri rimangono a casa più a lungo. Altre variabili significative sono la disponibilità di efficienti servizi di assistenza ai bambini e i fattori culturali come l’atteggiamento nei riguardi del lavoro femminile. Un periodo di almeno un anno dedicato principalmente alla cura del figlio ha conseguenze molto benefiche sulla salute e sul benessere dei bambini, in particolare riduce il tasso di mortalità dei neonati, aumenta le possibilità di allattamento al seno e quindi di un migliore sviluppo del sistema immunitario, favorisce lo sviluppo delle capacità cognitive e il futuro successo scolastico. Se si vuole migliorare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e garantire un migliore sviluppo del bambino, occorre quindi rafforzare il regime di protezione del lavoro delle madri nel periodo di congedo parentale. Un dato comune a tutta Europa è lo scarso utilizzo del congedo da parte dei padri, che pure ne hanno quasi ovunque diritto. Un’ultima indicazione al legislatore è perciò quella di trovare meccanismi incentivanti che li spingano a condividerlo con le madri, per fare in modo che le interruzioni di carriera non riguardino più solo le donne. Purtroppo la direttiva europea, che stabilisce l’aumento da tre a quattro mesi del periodo minimo di congedo parentale entro il 2011, non influisce sui Paesi come l’Italia che prevedono già una durata superiore, non interviene sui due punti essenziali messi in luce dallo studio e sostenuti invano anche dalla Commissione Europea durante la lunga trattativa con i governi e le parti sociali che ha preceduto il varo del provvedimento.
La direttiva non prevede infatti un vincolo per la fruizione da parte dei padri, limitandosi a prescrivere che almeno un mese non sia trasferibile tra i due genitori, né alcun obbligo di retribuzione del congedo.
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