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30 Ago 2011
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Imparare a parlare, due anni è l’età giusta

Intervista a Angelo Spataro da Simona Zazzetta di Dica33

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Il linguaggio verbale si sviluppa nei primi 4-5 anni di vita con tappe ben conosciute ai pediatri, che possono però variare da un bambino all’altro.
Per comprendere meglio la sua evoluzione, il ruolo dei genitori ed eventuali segnali di sospetto, Dica33 ha intervistato Angelo Spataro, pediatra dell’Associazione culturale pediatri (Acp) e responsabile del Gruppo di lavoro ACP sulla salute mentale dei bambini.


Dottor Spataro, quali sono gli indicatori che un genitore osserva durante lo sviluppo del linguaggio nei primi anni di vita del bimbo?
Per ordine cronologico, il neonato già a 7 mesi sviluppa la lallazione canonica, cioè la ripetizione della stessa sillaba, attorno ai 10-12 mesi inizia a ripetere diverse sillabe nella lallazione variata. Fa parte del linguaggio anche la capacità di esprimersi a gesti, e a 12-15 mesi utilizza il gesto dell’indicare con il dito per ottenere o mostrare qualcosa, ma anche il gesto simbolico, come il fare ciao con la mano o dire no scuotendo la testa. In questa fase usa la parola-frase, per esempio mamma, per dire più cose, per esempio, mamma vieni da me, mamma ho fame. A due anni unisce due parole, per esempio mamma-latte che a tre anni diventano la frase mamma-voglio-latte. Da qui in poi segue un arricchimento progressivo del linguaggio con la pronuncia di circa 600 parole a 36 mesi e 1500 parole a 4-5 anni.



Ma se a due anni il bambino non parla che cosa significa?

A 24 mesi il bambino deve saper ripetere almeno 50 parole e a 30 mesi deve sapere unire due parole. Tuttavia, esistono bambini che presentano a 24 mesi un ritardo del linguaggio, ma che svilupperanno favorevolmente dopo i 36 mesi. Questi bambini vengono definiti parlatori tardivi. Ma, in alcuni casi, l’evoluzione può essere sfavorevole. Si tratta di un Disturbo specifico del linguaggio e in questi bambini il linguaggio sarà povero, con frasi telegrafiche, incomprensibile e persisterà per tutta l’età scolare e, a volte, anche in età adulta anche se in modo meno pronunciato.

Quando è necessario sollevare il sospetto di un disturbo?

Il bambino con Disturbo specifico del linguaggio, a differenza del bambino parlatore tardivo, è un bambino che presenta generalmente un ritardo lieve dello sviluppo neuropsichico e motorio fin dai primi mesi di vita. Nella maggior parte dei casi questi bambini iniziano a pronunciare tardivamente le prime sillabe e usano in ritardo i gesti dell’indicare e mostrare con il dito. Anche la deambulazione e il gioco simbolico, come il fare finta di bere, fare finta di andare a cavallo con una scopa, iniziano in ritardo.

E se tutto ciò non avviene cosa devono fare i genitori?

Se il bambino non pronuncia alcuna sillaba a 8 mesi o non pronuncia le prime parole a 18 mesi o le prime frasi con due parole a 30 mesi, specialmente se non usa i gesti, i genitori devono preoccuparsi in modo fondato che il loro piccolo possa avere un disturbo del linguaggio. In questi casi il bambino deve essere valutato dallo specialista al fine di formulare una diagnosi precoce di ritardo o di disturbo specifico del linguaggio, non più tardi dei tre anni di età. La diagnosi precoce consente l’inserimento del bambini in un piano terapeutico che avrà più possibilità di successo se avviato quanto più precocemente possibile.

Esistono fattori che possono influenzare lo sviluppo del linguaggio?

Lo sviluppo del cervello umano inizia durante la gravidanza e continua fino all’età adolescenziale e dipende sia da fattori biologici innati sia dall’interazione con le figure familiari e, successivamente, con i compagni di scuola e con gli amici. Lalettura di libri ad alta voce da parte dei genitori fin dai primi mesi di vita, costituisce uno stimolo importante per lo sviluppo del linguaggio sia parlato che scritto.


Che cosa possono fare i genitori per stimolarlo?

I genitori devono facilitare il processo evolutivo del linguaggio attraverso il dialogo che inizia già dai primi mesi di vita, con la ripetizione reciproca da parte della madre e del bambino di sillabe e di parole semplici, per passare successivamente al dialogo con frasi sempre più complesse fino al ragionamento astratto quando il ragazzo raggiunge l’età adolescenziale.

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