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01 Ago 2011
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L’epopea dei contadini del Polesine

Antonio Pennacchi
Canale Mussolini
Mondadori, 2010
pp. 460, euro 18

Vi segnalo un libro che probabilmente non ha bisogno di ulteriore pubblicità, visto che il successo è stato sia di critica (vincitore del Premio Strega e secondo classificato nel Campiello 2010) che di pubblico, ma è stato anche il libro che più mi ha intrigato lo scorso anno.
Antonio Pennacchi ha una storia personale a dir poco controversa, sicuramente molto originale nel panorama degli scrittori italiani.
La sua biografia politica è iniziata da giovane nelle file del Movimento Sociale Italiano, da cui viene successivamente espulso per passare nelle file dell’estrema sinistra, ai tempi del ’68. Inizia a lavorare alla Fulgocavi ora Alcatel di Latina e la sua esperienza operaia durerà trent’anni. Transita negli anni ’70 per il PSI e la CGIL (da cui viene espulso, e due!), poi per il PCI e di nuovo per la CGIL (con successiva nuova espulsione, e tre!). Lascia finalmente la politica (anche se mantiene tuttora un ruolo molto critico e originale all’interno della sinistra italiana) e si laurea in Lettere, sfruttando un periodo di cassa integrazione in fabbrica (i compagni di lavoro contribuiranno economicamente ai suoi studi). Fra i suoi precedenti libri è da ricordare l’autobiografico Il fasciocomunista, da cui è stato tratto il film Mio fratello è figlio unico, che ha ricevuto grande successo al botteghino e un premio speciale a Can nes (ma naturalmente Pennacchi ha molto polemizzato col regista). Veniamo a Canale Mussolini, che l’Autore definisce “l’opera per la quale sono venuto al mondo”.
Il libro, anche questo autobiografico, ha l’ampio respiro dei grandi romanzi epici. Racconta un pezzettino di storia italiana fra le due guerre, quando Mussolini intraprese la bonifica dell’Agro Pontino e favorì l’esodo verso quelle terre di contadini provenienti dalle zone più povere del Nord e di ex combattenti, delusi dalla cattiva accoglienza dell’opinione pubblica alla fine della prima guerra mondiale e assolutamente privi di prospettive di vita e di lavoro.
Mussolini concesse loro le terre, dopo averle strappate ai latifondisti. Spinte da promesse e speranze, masse di poveri contadini fittavoli e mezzadri, dal Polesine, dal Ferrarese, come la famiglia Peruzzi, di cui si raccontano le gesta, dal Trevigiano e dal Friuli, si stabilirono in quella zona paludosa e malarica e iniziarono a  lavorare con accanimento e sudore le terre, a costruire villaggi e paesi dove si continuava a parlare in veneto e a vivere come nel Polesano e naturalmente a costruire il “canale Mussolini”, oggi canale delle acque alte, fulcro della faticosa e difficile bonifica di quelle terre. Pur parlando delle cose di tutti i giorni di questa povera famiglia contadina, Pennacchi riesce a ripercorrere la storia di un pezzettino (anzi due) dell’Italia del periodo fra le due guerre, durante il controverso trentennio fascista. Mussolini diede un lavoro e un po sto dove vivere decorosamente a migliaia di persone, ai contadini che vennero a vivere nell’Agro Pontino che altrimenti avrebbero patito la fame e di questo gli furono riconoscenti. In quel frangente si comportò da vero socialista, ma poi si sa come andarono le cose…
Un’ultima considerazione. Alcuni dialoghi del libro sono scritti in dialetto veneto dell’epoca e questo naturalmente ne facilita la lettura per chi conosce il dialetto e mette in difficoltà gli altri. 
Potrebbe essere un’opportunità per chi veneto non è: non abbiamo anche noi imparato il siciliano leggendo Camilleri? Ci sono alcune pagine esilaranti nella loro tragicità, come il dialogo tra Mussolini e Hitler, sempre in dialetto veneto, perché raccontate dai membri della famiglia Peruzzi. Immergetevi perciò in questa storia un po’ bucolica e molte situazioni vi faranno rievocare le storie dei vostri nonni; vedrete poi che le pagine del libro scorreranno via anche troppo velocemente.

Fabrizio Fusco

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