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09 Ago 2013
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Regno Unito. È epidemia di morbillo. La causa? Paura dell’autismo

Qualcuno continua ad essere convinto che l’immunizzazione causa la comparsa di disordini dello spettro autistico. Nulla di più errato, eppure c’è chi ci crede. Tanto che, a distanza di 15 anni da quando in Galles si è dato ampio risalto a uno studio “irresponsabile e disonesto” che lo affermava, è scoppiata un’epidemia.

29 LUG – 15 anni fa la diffusione di una credenza errata sul legame tra vaccini per il morbillo e autismo. Oggi una grande epidemia di morbillo, con centinaia di contagi. Questo, in poche parole, quello che è accaduto nel sud-est del Galles negli ultimi mesi. Una storia emblematica, raccontata anche sulle pagine del Wall Street Journal, che dimostra come un’informazione scientifica errata, con la dovuta risonanza mediatica, possa causare molti danni.

La vicenda è iniziata nel 1998, quando un dottore inglese, Andrew Wakefield, ha ipotizzato che l’immunizzazione da morbillo, orecchioni e rosolia potesse causare autismo. In un piccolo studio pubblicato su The Lancet, il medico aveva infatti descritto come alcuni bambini “precedentemente sani” avessero sviluppato problemi gastrointestinali e disordini comportamentali (compreso il disturbo tanto temuto) a seguito della somministrazione del vaccino trivalente, concludendo che fossero “necessari ulteriori studi per investigare il possibile legame tra immunizzazione e sindromi dello spettro autistico”.
Un legame che non esiste, come dimostrato da numerosi studi, il più recente dei quali è uscito lo scorso aprile su Journal of Pediatrics, ma che aveva avuto ampio risalto su giornali locali nel sud del Galles, tanto che una parte consistente della popolazione si era convinta della sua fondatezza.
Nonostante la comunità accademica avesse immediatamente precisato che si trattava di una ricerca incompleta con una conclusione speculativa, e che non vi fosse alcuna reale evidenza di un collegamento, nel Galles la paura si era irrimediabilmente diffusa, soprattutto a causa di una copertura mediatica piuttosto ampia data alla notizia dal quotidiano locale The Post. Tanto che, secondo le stime, entro il terzo trimestre del 1998 la diffusione del vaccino era crollata del 14% nelle zone di maggiore distribuzione del giornale, contro una diminuzione di appena il 2,4% nel resto della regione.

A nulla è valsa anche la tardiva smentita dello studio da parte del Lancet stesso, arrivata nel 2010 dopo che il General Medical Council britannico aveva concluso che il lavoro pubblicato da Wakefield fosse talmente “irresponsabile e disonesto” da rendere necessaria la radiazione del medico dall’ordine.
Ci possono volere anni prima che scoppi un’epidemia a seguito di un calo delle vaccinazioni: nella regione del Galles oggi colpita, ad esempio, dal 1999 al 2008 i casi di morbillo si sono attestati tra 104 e i 223, per poi arrivare a 567 nel 2009, e ridiscendere nel 2010 e nel 2011 a 117 e 105 casi rispettivamente. Finché, nel novembre 2012, il numero di casi è ricominciato a salire, e i medici hanno osservato dozzine di nuovi casi a settimana, fino ad arrivare al numero record di 1219. La maggior parte dei quali sono proprio ragazzi dai 10 ai 18 anni che avevano saltato la vaccinazione negli anni in cui si era diffusa la paura dell’autismo tra gli abitanti della regione.

Un problema economico e sociale per la regione del Regno Unito, visto che tra coloro che hanno contratto il morbillo circa il 10% è stato anche ricoverato in ospedale per l’insorgenza di complicazioni (come disidratazione grave o polmonite) ed una persona è morta. Ma la questione non riguarda esclusivamente il Galles: la patologia è estremamente contagiosa e può superare i confini nazionali abbastanza facilmente dando luogo ad una epidemia, mettendo a repentaglio i risultati ottenuti grazie allo sforzo dell’Oms nella lotta alla sua eradicazione.
Le morti causate da questa malattia infettiva sono infatti crollate del 71% dal 2000 al 2011, passando da 542 mila a 150 mila, secondo gli ultimi dati pubblicati a gennaio scorso all’interno del Morbidity and Mortality Weekly Report dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) statunitensi. Ma il risultato potrebbe essere ancora oggi a rischio, proprio per via di una opposizione “filosofica” ai vaccini che ancora oggi è latente. Ciò è pericoloso per i paesi in via di sviluppo, più che per le nazioni occidentali: il Galles è una regione piuttosto moderna che garantisce alla popolazione accesso alle cure mediche, ma in altri luoghi la situazione è diversa. Secondo le stime dell’Oms, ad esempio, nel 2011 erano ancora 20 milioni i bambini che non avevano fatto neanche il primo richiamo del vaccino, di cui circa la metà si trovano in sole cinque nazioni: Congo, Etiopia, India, Nigeria e Pakistan.

Insomma, questa epidemia potrebbe essere solo una sorta di “canarino da miniera”, come ha spiegato James Goodson, esperto di morbillo dei CDC: le persone che si rifiutano di vaccinarsi potrebbero mettere a rischio anche la salute di chi gli è intorno. “Nonostante sia una delle misure sanitarie più importanti mai inventate da un uomo o da una donna, sembra che ci sia ancora una parte dell’umanità che si oppone all’idea stessa dell’immunizzazione”, ha commentato Dai Lloyd, uno dei medici che nel Galles in questi mesi ha cercato di curare i pazienti vittime dell’epidemia di morbillo.
Senza contare che questa epidemia è qualcosa di molto frustrante per chi tenta di fare buona sanità nel Regno Unito, come ha concluso Paul Cosford, direttore medico di Public Health England, agenzia governativa per la salute pubblica in Gran Bretagna: “È piuttosto irritante il fatto che fossimo vicini all’eradicazione e invece ora il problema si sia ripresentato”. Soprattutto per questo motivo.

Laura Berardi

29 luglio 2013
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C' é 1 commento:

  1. Rosario Cavallo - 09 Ago 2013 8:17 PM

    Il Regno Unito è attualmente interessato da una epidemia di morbillo di notevoli estensioni; anche la grande stampa laica (Wall Street Journal) ha finalmente deciso di dedicare spazio al problema e di fare alcune considerazioni di notevole interesse sugli effetti nefasti che avventate esposizioni mediatiche di dubbi su effetti avversi delle vaccinazioni possono determinare sulle campagne vaccinali.
    Viene stigmatizzato il fatto che la riduzione dei tassi di copertura vaccinale verificatasi per i timori del tutto teorici (e nel caso della ipotesi di Wakefields sul nesso morbillo-autismo dimostratamente infondati) ha comportato un ripresentarsi del tutto concreto e materiale della malattia, con il suo corteo di complicazioni, ricoveri, decessi.
    Sul caso specifico del morbillo e della ipotesi di Wakefields siamo tornati ad esprimerci più volte, per esempio nel 2012 in occasione della sentenza del tribunale di Rimini che ha riconosciuto (sic!) il nesso di causalità tra vaccinazione e autismo e ancora quest’anno in occasione di una trasmissione televisiva che dava acriticamente spazio ai sostenitori di questa ipotesi.
    A volte, come in quest’ultimo caso, si tratta di persone in buona fede come il genitore del ragazzo autistico protagonista della trasmissione; nel caso del tribunale di Rimini siamo propensi a pensare a (pre)giudizi ideologici se non proprio alla malafede dei periti; il risultato resta lo stesso: si insinua il dubbio e quindi le coperture calano, le epidemie (non solo in U.K.) riprendono e le malattie (tragicamente vere) si ripresentano.
    Ma ci sta a cuore anche ribadire che se l’immotivato timore dell’autismo deve essere sicuramente ritenuto una grossa concausa del problema (e il suo effetto si vede materialmente con la evidente flessione della curva di copertura negli anni in cui tale teoria è stata più in voga) non può esserne ritenuto l’unico responsabile. Bisogna dare il giusto peso anche ad alcune anomalie “di sistema” da sempre denunciate dalla ACP.
    Mi riferisco al mancato rispetto del principio di priorità che dovrebbe regolare le politiche vaccinali: in Italia abbiamo avuto non uno ma ben due Piani straordinari per la eliminazione di morbillo e rosolia congenita, ma la azione svolta nella realizzazione di questi Piani è stata mediamente poco efficace, tanto che la percentuale di copertura per la prima dose non ha mai superato quella fatidica soglia del 95% necessaria per la eliminazione di queste malattie; questa soglia è restata inviolata sia in Italia che in U.K., dimostrando che la priorità di questi Piani vaccinali è sempre restata sulla carta e mai nei fatti.
    Le risorse (materiali e umane) sono limitate, anche la capacità “recettiva” della popolazione a cui sono destinate le vaccinazioni dimostra di essere “saturabile” e non espandibile all’infinito; necessario quindi che il principio di priorità sia espresso con semplicità ma con convinzione, cioè con la normalità della ordinarietà, a favore di quelle malattie altamente diffusibili che possono essere target ideale della vaccinazione e che devono ricevere impegno e sostegno maggiore; diffidiamo dalla straordinarietà di impegni che come le grida di manzoniana memoria sono destinati a non essere rispettati.
    Quella del rispetto delle priorità è sempre stata una fissazione della ACP; continua ad esserlo.