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04 Ott 2013
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Sanità corrotta. La prima indagine italiana. Solo 4 regioni immuni. Al Sud la “maglia nera”

L’ha condotta Transparency International Italia, in collaborazione con Rissc e Ispe-Sanità. Molti dati raccolti ma il fenomeno è difficile da monitorare. Si pensa che i casi siano molti di più in tutti i campi: farmaci, nomine, appalti di beni e servizi, sanità privata e negligenza medica. LA MAPPA.

20 SET – [QuotidianoSanità] Quanta corruzione c’è nella sanità italiana? Non è possibile quantificarlo con precisione, anche se si annida ovunque, a qualsiasi livello, dal direttore all’azienda di pulizia. Di certo c’è che negli ultimi anni è diventata molto più sofisticata: non si vede più l’imprenditore che consegna la valigia piena di soldi al direttore generale della Asl, ma l’informatore scientifico dell’azienda farmaceutica che fa avere regali e favori al primario o al medico, finte consulenze, benefici fiscali.

Insomma, modalità che rendono più difficile intercettare il reato di corruzione, che magari emerge dopo parecchio tempo, per un caso fortuito. In ogni caso nessuna regione italiana ne è esente. Nel 2012 solo quattro regioni sembrano esserne state immuni, o aver registrato al massimo due casi di corruzione. Per tutte le altre si va da un minimo di 2 ad un massimo di 10, con in cima a questa poco onorevole classifica la Campania, con oltre 10 casi. La seguono a ruota Calabria, Puglia e Sicilia con 8-10 casi e Lombardia e Umbria con 6-8. A fare un’analisi approfondita del fenomeno è la ricerca condotta da Transparency International Italia, in collaborazione con Rissc e Ispe-Sanità, e presentata a Milano al convegno “Sprechi e corruzione in sanità: quali rimedi?”.

La sanità è tra i settori a maggior rischio di corruzione. Tra gli 87 casi rilevati, dallo studio, nel 2012, sulla base dei casi denunciati, le indagini aperte, i processi iniziati o chiusi, oasi ‘pulite’ appaiono essere solo 4 regioni, cioè Val d’Aosta, Trentino Alto-Adige, Friuli Venezia Giulia e Basilicata. In mezzo ci sono Piemonte, Liguria, Marche e Abruzzo con 2-4 casi, e infine Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Molise e Sardegna con 4-6 casi. Ma, spiega Lorenzo Segato, direttore del Centro ricerche studi su sicurezza e criminalità (Rissc), “non è possibile sapere quanta corruzione c’è. Non sappiamo ad esempio se nelle regioni dove abbiamo rilevato più casi nel 2012 è perché effettivamente vi sia più corruzione o perché ne vengano scoperti di più”.

A rendere più difficile la lotta alla corruzione vi sono anche delle caratteristiche proprie del reato in sé, e in particolare nella sanità. “Il reato corruttivo – continua – è un accordo tra persone, in cui nessuno ha interesse a denunciare, e dove non ci sono vittime dirette, né una conseguenza immediata. Ad esempio probabilmente non si sarebbe scoperto il caso della fornitura di valvole cardiache difettose se non fosse morto qualche paziente. E’ quasi impossibile calcolare il danno indiretto, senza contare che c’è la commistione con altri fenomeni. Le inefficienze in sanità rappresentano il 3-5%, ma all’interno di queste cifre non si può stabilire quanto sia rappresentato dalla corruzione. Non si può scindere insomma lo spreco dalla corruzione”. Poi ci sono caratteristiche del mondo sanitario che rendono ancora più difficile l’emersione dei fenomeni corruttivi, come il fatto che avvengono in strutture molto grandi, con migliaia di dipendenti e prestazioni erogate, dentro cui è facile nascondere operazioni poco pulite.

I casi di corruzione analizzati da Transparency Italia rientrano in cinque categorie: nomine, farmaceutica, appalti di beni e servizi, sanità privata e negligenza medica. Nel primo caso lo studio rileva come la politica usi la sanità come serbatoio e spartizione di voti. Qui le merci di scambio sono la nomina a direttore generale, sanitario o primario in cambio di voti e finanziamenti. “E’ la corruzione più dannosa – prosegue Segato – perché mina l’implementazione delle politiche sanitarie”.

La corruzione più diffusa è invece quella che riguarda i farmaci: in questo caso in cambio della scelta di un farmaco da parte di uno studio medico, un ospedale o una asl, la ricompensa è costituita da regali, macchinari, finanziamenti. La corruzione più costosa è quella degli appalti di beni e servizi, visto che rappresentano il 20-30% dei bilanci sanitari. In questo caso il beneficio viene elargito per avere l’appalto con gare tagliate su misura, trattative negoziali, abuso della contrattazione diretta, o anche in fase di fornitura, dando servizi di qualità e prezzo minore rispetto a quanto promesso nel capitolato d’appalto. “Oppure le aziende pagano per essere pagate prima delle altre dalla pubblica amministrazione – aggiunge Segato – senza contare il rischio di infiltrazione mafiosa, specialmente nei servizi di bassa specializzazione, come le pulizie o la vigilanza”.

La corruzione nella sanità privata è invece giudicata quella più pericolosa per la salute del cittadino. In questo caso si cerca di intervenire sugli accreditamenti, i drg o modificare il valore delle prestazioni, senza dimenticare che anche qui si annida il rischio di infiltrazioni mafiose, con il riciclaggio di denaro sporco con cui magari vengono acquisite intere cliniche. Infine la negligenza medica: qui la corruzione è meno rilevante economicamente, ma più iniqua, perchè limita l’accesso alle cure in base alle possibilità economiche del paziente. Per cercare di arginare il fenomeno in qualche modo, Transparency Italia ha elaborato 15 proposte, che vanno dal risanare il rapporto tra politica e sanità all’accreditamento delle strutture private sulla base delle reali capacità fino all’uso di ‘vedette civiche’. “Il passo successivo – conclude Segato – sarà quello di elaborare 15 proposte pratiche da fare a piccoli passi, facili da realizzare per cui non potranno più essere addotte scuse se non verranno messe in pratica”.

20 settembre 2013
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C' é 1 commento:

  1. Carlo Corchia - 04 Ott 2013 6:58 PM

    A margine di una ricerca sulla corruzione in sanità

    La notizia è che il 19 settembre scorso, nel corso di un convegno organizzato a Milano, sono stati presentati i dati di una ricerca sulla corruzione in sanità. La ricerca è il frutto della collaborazione tra Transparency International Italia, RiSSC (Centro Ricerche e Studi su Sicurezza e Criminalità) e ISPE-Sanità, nell’ambito del progetto “Unhealthy Health System”, co-finanziato dalla Commissione Europea e dal Dipartimento della Funzione Pubblica. Dei risultati di questa ricerca hanno parlato Il Sole 24 Ore Sanità del 19 settembre e Quotidianosanità del 20 settembre; ad essi si rimanda per i dettagli.
    Come sottolineato dai curatori dell’indagine i casi di corruzione accertati nel 2012 rappresentano solo la punta di un iceberg; lo studio si è basato, infatti, sui casi denunciati, le indagini aperte, i processi iniziati o chiusi, ma non ha potuto prendere in considerazione le innumerevoli e spesso sconosciute variabili che, tramite una rete di relazioni complessa e difficilmente valutabile, sono presenti e condizionano ampiamente il fenomeno. Le considerazioni del direttore del RiSSC sono giustissime e ampiamente condivisibili, ma forse non era necessaria l’indagine per formularle. Esse, infatti, si basano su una conoscenza del mondo della sanità assolutamente non riducibile agli 87 casi rilevati nello studio. Il che mi porta a un’altra considerazione, che cioè l’accertamento della verità su ciò che accade non può ridursi all’aspetto giudiziario, secondo cui è vero solo quello che viene dichiarato tale da un collegio giudicante; ma non può neanche basarsi esclusivamente sui risultati di una ricerca, anche se, come spesso accade in casi diversi da questo, le si appiccica l’aggettivo “scientifica”.
    L’autore dell’articolo del Sole 24 Ore esordisce scrivendo che «la “mazzetta” fa parte del passato, ma oggi la corruzione in sanità è più sofisticata». Non condivido questo concetto. La “mazzetta” è un metodo rozzo e relativamente recente, derivante dalla grande disponibilità di liquidità (da parte del corruttore) e dal desiderio di poter disporre subito del beneficio e chiudere la partita (da parte del corrotto). “Obbligato” e “a buon rendere” erano sì espressioni del passato, ma si usano ancora molto nel presente, soprattutto, credo per vita vissuta (non certamente per evidenza scientifica), nelle regioni meridionali; da una parte esse si basano e dall’altra mirano alla creazione di una rete di relazioni che, non necessariamente in modo illegale, sono rivolte a ricavarne un reciproco vantaggio e utilità da ottenere anche nel futuro, senza contemplare sempre la esigibilità immediata del beneficio di ritorno. Si tratta di un sistema di favori, in cui ciò che viene dato viene iscritto nella voce “uscite” del registro contabile, mentre rimane in bianco la voce delle “entrate”. La mia idea è, pertanto, che gli antichi fossero già sofisticati e che i contemporanei abbiano solo riscoperto i vantaggi dei vecchi metodi.
    I casi di corruzione in sanità rientrano in cinque categorie: nomine, farmaceutica, appalti di beni e servizi, sanità privata e negligenza medica. La forma di corruzione più diffusa, e che più di ogni altra riguarda un’associazione medica come l’ACP, è quella che riguarda i farmaci. In questo caso in cambio della scelta di un farmaco da parte di uno studio medico, un ospedale o una ASL, la ricompensa è costituita da regali, macchinari, finanziamenti. Nel mezzo si inserisce l’informatore dell’azienda farmaceutica che fa avere regali e favori al primario o al medico, finte consulenze, benefici di vario genere.
    Si tratta di temi con i quali l’ACP si è confrontata fin dal momento della sua fondazione. L’ACP, lo ricordiamo, è l’unica associazione italiana di pediatri che si è dotata già da molti anni di un “impegno di autoregolamentazione nei rapporti con l’industria”. Per riaffermare i principi ispiratori e tener conto dell’evoluzione del pensiero sul conflitto d’interessi l’impegno negli ultimi due anni è stato sottoposto a revisione. Dopo un processo caratterizzato da partecipazione e coinvolgimento dei gruppi locali dei soci, si è giunti a stilarne una versione aggiornata, che verrà discussa e votata durante l’assemblea del congresso nazionale di Monza il prossimo ottobre. Una volta approvato, il documento sarà portato a conoscenza delle istituzioni pubbliche, degli ordini professionali, delle organizzazioni di categoria e delle associazioni industriali che contribuiscono alle attività professionali dei soci. Val la pena di ricordare che la finalità primaria dell’impegno, che può essere letto integralmente sul sito dell’ACP, è “garantire ai bambini e alle loro famiglie una pratica professionale ispirata a trasparenza e indipendenza da interessi commerciali”. Ciò è conforme, in particolare, con quanto previsto al 5° punto delle proposte dei curatori della ricerca sulla corruzione, che recita testualmente: “promuovere l’etica tra i medici e lo staff contro ogni forma di corruzione”.
    È esattamente quanto l’ACP ha deciso di continuare a perseguire, avendo ben chiaro che il sistema delle corruttele può essere molto sofisticato. Molto spesso, soprattutto per ignoranza ma anche per presunzione, i medici cadono nei tranelli dell’industria senza accorgersene, ritenendo di essere immuni dalle conseguenze sul loro operato di forme di condizionamento “soft” e di agire sempre secondo “scienza e coscienza” nell’interesse dei pazienti, quando, invece, stanno facendo esattamente il contrario. Ci vogliono regole chiare e trasparenza per iniziare a fare un’operazione di contrasto efficace a tutto questo.

    Carlo Corchia

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