ACP > InformACP > Il Blog ACP > Disoccupazione medica: le false speranze dell’Università
25 Feb 2014
stampa

Disoccupazione medica: le false speranze dell’Università

di Alessio Minuzzo, medico chirurgo. Medico in formazione Corso formazione specifica medicina generale, Toscana

[IlSole24OreSanità] Pochi giorni fa il sito del Sole-24 Ore Sanità ha pubblicato l’articolo del collega Dott. Michele Romoli (VEDI) nel quale veniva presentata la difficile situazione dei colleghi medici neo-laureati in attesa dell’ingresso alle varie scuole di specializzazione.
Credo che il problema della disoccupazione fra i neo-medici non sia solamente dovuto al mancato ingresso alle scuole di specializzazione, ma anche, e soprattutto, legato all’eccessivo numero di ingressi alle facoltà di medicina e chirurgia. Nelle prossime righe cercherò di dimostrare quanto da me affermato.
Nel 2013 in Italia si sono laureati 5.136 nuovi medici (AlmaLaurea), pari al 69,84% delle 7.353 matricole che nel 2007 superarono il test di ingresso alle facoltà mediche. Per l’anno accademico in corso (2013-2014) sono state bandite 3.500 borse di studio per specializzandi ed, in base al trend degli scorsi anni, verranno bandite circa 860 borse di studio per i corsi di formazione specifica in medicina generale, per un totale di 4.360 borse di studio.
Da ciò deriva che circa 776 medici neo-laureati non potranno continuare il proprio percorso di formazione. In realtà tale numero è molto più alto perché in questa sede non è possibile quantificare il numero dei medici che, negli anni, non hanno potuto accedere alla formazione post-laurea e che stanno aspettando il loro turno in fila davanti alle porte di ingresso delle scuole di specializzazione.
Negli anni è stato più volte richiesto un aumento del numero delle borse per garantire a tutti i medici di potersi specializzare. Se analizzato in termini costituzionale tale richiesta è ineccepibile; il diritto allo studio è inalienabile e lo Stato deve garantire il diritto a completare il percorso formativo. Tale diritto ha anche un risvolto “pratico”: senza specializzazione le prospettive per i medici si riducono notevolmente ed, in pratica, è quasi impossibile lavorare. Garantire l’accesso alle scuole di specializzazione significa garantire il diritto al lavoro, ovvero un altro diritto inalienabile.
Ma è giusto approcciare il problema dei posti di specialità da questo punto di vista? E’ giusto formare un certo numero di medici non in funzione del turn-over ma in funzione di quanti medici vengono “sfornati” dalle università? In altri termini: è giusto soddisfare una domanda di formazione (avanzata dagli studenti e soddisfatta a cuor leggero dalle università) anziché soddisfare una richiesta reale di medici da parte del sistema sanitario nazionale?
Le facoltà di medicina sono nate per formare professionisti che devono garantire un servizio alla popolazione generale ed il numero di medici da formare dovrebbe essere calcolato in base alla popolazione e non rispetto ad altri fattori. In ambito sanitario tutti i calcoli vengono fatti in base alla popolazione: numero di letti ospedalieri, numero di medici di medicina generale, numero di ospedali per abitanti ,ecc. Anche il numero di medici in formazione universitaria dovrebbe essere calcolato in base alla popolazione da assistere.
Analizzando il trend di immatricolazioni alle facoltà di medicina negli ultimi anni si evince che tale calcolo non viene rispettato nel modo più assoluto; le università italiane rispondono ad una richiesta di formazione e non ad una richiesta di professionisti da parte del mondo del lavoro.
I dati a riprova di tale affermazione sono cristallini. Dal 2002 al 2013 si è registrato un incremento del 41,64% delle immatricolazioni alle facoltà di medicina e chirurgia (fonte: AlmaLaurea); nello stesso periodo la popolazione italiana è cresciuta solo del 3,96% (fonti ISTAT). Non serve essere degli statistici per capire che con un tasso del genere nei prossimi anni il numero di medici sarà in eccesso rispetto alla popolazione da curare. Ma c’è di più.
In base all’attuale numero di immatricolati, e con una percentuale di laureati stabile al 62%, nel 2019 i medici neo-laureati saranno circa 6.879, cioè 1.743 in più degli attuali neo-laureati.
Se nei prossimi anni non verrà aumentato il numero di borse di studio nel 2019 avremo 9.332 medici che non potranno accedere alle scuole di specializzazione (valore che non considera i colleghi che sono rimasti fuori dalle scuole di specializzazione negli scorsi anni).
Valutando il turn-over dei medici ad oggi in forza al sistema sanitario nazionale (250.000) e con un tasso di turn-over pari al 2,63% (con 38 anni di contributi Enpam), in Italia abbiamo una richiesta di circa 5.358 nuovi medici specializzati ogni anno. Pertanto, allo stato attuale il numero di borse di specializzazione è sottostimata rispetto alle necessità di specialisti.
Se analizziamo la questione in una prospettiva europea ci accorgiamo che in base alla media Ocse dovremmo avere un numero di medici pari a 160.200 unità (ovvero 70.000 medici in meno agli attuali), con un turn-over annuo assoluto pari a 4.582 medici. Da ciò deriva che se volessimo rientrare nella media europea dovremmo formare 4.582 specialisti all’anno, ed un numero equivalente di medici neo-laureati.
Con un tasso di laureati pari al 62% il numero massimo di immatricolazioni dovrebbe essere intorno alle 7.390 unità/anno. Lo scorso anno le matricole iscritte a medicina sono state 10.768.
Visto da questo lato l’imbuto al momento dell’ingresso in specialità appare secondario non solo all’esiguo numero di borse di studio ma anche conseguenza di una politica universitaria che ha incrementato in modo incontrollato l’ingresso alla facoltà di medicina. La recente revisione del numero di posti banditi dal Ministero per il prossimo anno accademico è un passo avanti verso una politica universitaria più realistica.
Non possiamo più permetterci di dare false speranza a giovani che, una volta laureati, avranno speso migliaia di euro per dover espatriare o non accedere mai alla professione medica. Dobbiamo urlare che l’università stà dando false speranze e l’ascensore sociale della formazione si è fermato già da un po’.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Approfondimenti:
Lenzi (presidente Cun): «In quattro anni persi 1.700 posti di specializzazione». Borsa di studio Lilly a un giovane ricercatore

stampa

Nessun commento, vuoi essere il primo?