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08 Mar 2017
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Ricordando Carlo Corchia

Ricordando Carlo Corchia

carlo e daphne

Carlo, è passato un mese, a me sembra un secolo. Uno scherzo della frequentazione giornaliera?
Carlo, era gentile, entravo nella sua stanza, gli chiedevo qualcosa e mi dava retta.
Carlo amava fare quattro chiacchiere. Sulle vicende umane. Sui fatti del giorno. O su quelli storici. Ma perché non esiste la macchina del tempo per tornare indietro e passare più tempo insieme!
Carlo non era un superficiale. Prendeva tutto sul serio.
Carlo era rigoroso, non rigido. L’ha detto Dante. E ha colto il centro. Rigorosamente aveva cambiato posizione sul referendum. Ma solo dopo una rigorosa e continua analisi.
Carlo ne sapeva di storia, in particolare di Roma antica. Sovrastava la mia ignoranza. In sua memoria ora mi metto a studiarla.
Carlo amava la natura, e le cose naturali. Basta vedere quella foto dove si inchina a godere del profumo dei fiori di montagna.
Carlo amava il suo lavoro, in particolare l’epidemiologia, la statistica, l’analisi dei determinati sociali ed economici della salute infantile (e non solo), la sanità pubblica, ma di fronte ad un suo paziente la priorità era quella di fare il clinico. E lo sapeva fare bene.
Carlo ne sapeva di roba. Quando avevo un dubbio gli chiedevo che ne pensi? Lui dava sempre una risposta argomentata. E la spiegava bene.
Carlo era un universalista. Ricordo un giorno in cui era di cattivo umore. Perché, gli chiesi. Era preoccupato, seriamente, per le sorti del popolo Greco. E come al solito me ne spiegò i motivi.
Carlo era di sinistra. Comunista? No, di sinistra.
Carlo era un uomo libero, forse il più libero che abbia mai conosciuto. Non si è mai allineato con nessuna corrente di pensiero. Ragionava per conto suo.Carlo a cenaCarlo può essere definito a tutti gli effetti un umanista.
Carlo era un buongustaio. Con stizza negli ultimi anni si limitava a certi cibi. Con gioia si avvicinava ad un buon piatto di pesce.
Carlo era un pugliese. Che bella scoperta, vero? Si dico era un uomo di cultura pugliese, quella più nobile. Vi viene in mente Moro?
Carlo era un uomo onesto nei confronti di tutti, anche nei confronti di uno stato che non se lo meriterebbe. Tanto onesto da pagare le tasse anche due volte.
Carlo amava camminare, in città. Ma soprattutto in montagna.
Carlo non amava le società scientifiche, amava i gruppi di lavoro, le riunioni informali.
Carlo era più attento a quanto dicevano Nordio e Biasini, nei loro pensieri trovava stimoli.
Carlo aveva 67 anni, troppo, davvero troppo pochi per uno come lui.
Carlo amava la ricerca, avrebbe continuato a farla fino a cent’anni. Maledizione.

Chi l’ha conosciuto, solo in parte, sfortunatamente

Pierpaolo Mastroiacovo

 

A Carlo

Il ricordo pubblicato su Appunti di viaggio

“Or poserai per sempre/stanco mio cor”

Ci sono momenti della vita in cui con chiarezza alcune cose finiscono per sempre. Lo sappiamo, eppure, quando questi momenti arrivano, non siamo pronti, sembra sempre che sia troppo presto. Carlo ci ha lasciato, e benché questo fatto irrimediabile determini una assenza senza appello, diventa urgente tributargli l’onore di un ricordo.

Quando la malattia che lo ha aggredito ha dato la sua prima avvisaglia, Carlo ne ha scritto con incredulità: mi sentivo così bene, ha scritto ad alcuni di noi. E infatti era per lui un periodo molto fecondo; faceva moltissime cose, seguiva una ricerca con i pediatri ACP, di cui lui stesso aveva curato il disegno e il percorso, aveva in corso un forum per Quaderni acp, a cui aveva inviato recensioni di libri quasi per ogni numero. Era come sempre: caustico, profondo, graffiante, preoccupato, ironico. E amichevole. E come sempre rigoroso. Quando gli esprimevo la mia ammirazione per i suoi articoli, mi diceva sorprendentemente: “Francesca, io non so scrivere”, protestavo con vigore, anche se sapevo cosa voleva comunicare, perché mi spiegava quanto lavoro gli costasse ogni cosa che faceva; e questo era ovvio, lo si vedeva dal rigore dei suoi percorsi, dal senso critico che aveva per primo per se stesso. Aveva lavorato duramente in tutta la sua vita; e lo vedevi, quando gli si chiedeva di fare qualcosa rispondeva inevitabilmente “non ho tempo, non ho voglia, non posso” prima di fare e restituire un lavoro perfetto. Perché aveva veramente una bella mente.

Era un grande amico, Carlo; era gentile, premuroso, signorile; aveva un senso alto della morale, e una grande etica del lavoro; dai suoi racconti sulla sua vita personale (rari e riservati) si intuiva l’amore per sua moglie e la sua famiglia. Amava la sua Puglia da dove si era allontanato, aveva l‘orgoglio di farla conoscere e il desiderio di tornare a Roma quando ci si sentiva in isolamento.
Ho avuto con lui un epistolario mail quasi quotidiano nei sei anni di presidenza di Paolo Siani e nei tre di quel direttivo; è stato uno dei periodi più felici per me, e mi ha insegnato tanto; ci sembrava di poter avere idee e obiettivi, e che la nostra amicizia si sarebbe rinnovata in tanti incontri in tanti anni. Di idea di malattie e morte, non c’era neanche l’ombra.

Carlo ha lasciato tanto patrimonio culturale; all’ACP il titanico lavoro di una nuova stesura del codice etico, e che lo farà per sempre individuare nella nostra associazione e al di fuori, nella pediatria tutta; a questa stesura si è applicato a lungo con competenza, conoscenze e con rigore ma senza rigidità, certo che per un iscritto all’associazione e che per chi la guida e rappresenta, rispettare un codice etico non fosse  un peso.

Per il grande patrimonio umano, ci restano i ricordi personali, oggi permeati di nostalgia. Insieme, rileggiamo in questo numero di AdV a lui dedicato, il suo autoscatto che ne restituisce un ritratto fedele e lo scritto che introduce il forum sulla denatalità pubblicato su Quaderni acp, dal titolo che oggi suona per noi nostalgico: “Intervista col futuro. Con uno sguardo al passato e uno al presente”.

Qual era il mondo dei bambini di mezzo secolo fa, e i loro pediatri come lavoravano? Come sono cambiate le cose? Che rapporto c’è tra denatalità e povertà, e quale delle due è la causa e quale l’effetto? Quali potranno essere le conseguenze della desertificazione culturale e dell’assenza di investimenti formativi sui giovani, specialmente nelle aree più disagiate e più povere del Paese? È possibile pensare a un nuovo modello di welfare che contempli non il contrasto, ma interessi convergenti tra la generazione dei giovani e quella degli anziani? Questi e altri temi vengono proposti in questo appassionato dialogo tra Giulio Cederna e Paolo Siani. C’è poco da aggiungere ai loro stessi nomi per presentarli ai lettori di Quaderni, se non per ricordare che Giulio ha ideato e cura dal 2010 l’Atlante dell’Infanzia a rischio in Italia di Save the Children e che Paolo, primario pediatra dell’Ospedale Santobono di Napoli, è stato presidente dell’ACP per sei anni. Ricordo che chi volesse intervenire sugli aspetti di questo Forum può farlo scrivendo al Direttore di Quaderni o a me personalmente. Carlo Corchia

L’autoscatto di Carlo pubblicato su adv di febbraio del 2011.

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