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14 Ott 2014
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Chemioterapia e radioterapia in gravidanza non provocano danni al feto

[IlSole24OreSanità] «Se è vero che la chemioterapia può provocare danni al feto – se somministrata durante il primo trimestre di gravidanza – al tempo stesso non è stato riscontrato alcun danno significativo nei casi in cui la somministrazione di doxorubicina, epirubuicina, paclitaxel e docetaxel ha avuto luogo nel secondo e terzo trimestre». E’ quanto osservato dal consigliere Cipomo Fabrizio Artioli in merito allo studio su Gravidanza, fertilità e cancro, tema a cui è stata dedicata un’intera sessione del convegno Esmo 2014 (European Society for Medical Oncology) i cui lavori si chiudono oggi a Madrid – condotto con un’analisi caso-controllo sui dati dell’International Network for Cancer, Infertility and Pregnancy (Incip) che ha tenuto sotto osservazione, per una media di due anni, 38 bambini esposti a trattamenti chemioterapici in fascia prenatale.

«Mentre l’aborto e l’interruzione di gravidanza non sembrano portare alcun vantaggio in termini prognostici – salvo nei rarissimi casi in cui sia urgente somministrare la chemioterapia nel primo trimestre oppure ci si trovi di fronte a una donna con carcinoma della cervice – è invece consigliabile portare il più avanti possibile la gravidanza, dal momento che è stata riscontrata una maggiore incidenza di deficit cognitivo nei bambini nati prematuri. Per quanto riguarda i farmaci, se è stato riconosciuto un sicuro effetto teratogeno alla somministrazione di Tamoxifene – motivo per cui è consigliabile un periodo di sospensione di almeno tre mesi prima di intraprendere una gravidanza – pare che quella di Tratuzumab possa considerarsi sicura solo nel primo trimestre di gravidanza, mentre sarebbe da evitare nel periodo successivo; il dato emerge dall’analisi di gravidanze “accidentali” avvenute nelle donne inserite nello studio HERA; la conclusione pare ovvia: informare correttamente le donne affinché evitino il più possibile gravidanze nel corso di trattamenti o diagnostiche effettuate per problemi oncologici in atto», continua Artioli.

«Si tratta dello studio con il più lungo follow-up mai realizzato – e per questo ancor più interessante di quello condotto sulla chemioterapia in gravidanza – da cui emerge che il trattamento di radioterapia non comporta danni significativi: è stato registrato un solo caso di ritardo mentale probabilmente dovuto ad altri problemi legati alla gestazione. Per quanto concerne la radioterapia occorre evitare che l’area pelvica riceva un dosaggio di radiazioni superiore ai 100-200 mGy e – come per la chemioterapia –che il trattamento venga effettuato nel primo trimestre di gravidanza, preferendo in questi casi trattamenti mammari meno conservativi», ha dichiarato ancora Artioli sui dati emersi da uno studio effettuato sempre sui dati dell’Incip e del German Brest Group in merito alla somministrazione di radioterapia alle donne in stato di gravidanza.

Altro studio – presentato nella sessione Gravidanza, fertilità e cancro di ESMO 2014- è quello che riguarda la metodica della biopsia del linfonodo sentinella nelle donne con tumore al seno scoperto durante la gravidanza: «Considerando i dati nel loro insieme si nota come essi non sono dissimili da quelli derivati dalla letteratura scientifica sull’attendibilità di tale pratica, sia in termini di recidiva locale sia di recidiva a distanza: si conferma quindi, anche in questo caso, che la gravidanza non costituisce controindicazione ai trattamenti loco-regionali conservativi; tuttavia ricordiamo che sono sempre più numerosi i dati che registrano come la dissezione del cavo ascellare potrebbe anche essere evitata in particolari gruppi di pazienti, ad esempio quelli che presentano linfonodi sentinella positivi e parametri biologici favorevoli. Inoltre, la biopsia del linfonodo sentinella non sembra comportare alcun rischio per il feto», continua Artioli.

In occasione del convegno Esmo 2014 è stato affrontato – con metodologie e approcci diversi- anche il tema della corretta informazione per le donne che si sottopongono allo screening per il tumore al seno, prendendo in considerazione tre studi, di cui uno spagnolo che ha seguito 434 donne sottoposte a screening, dividendole in due gruppi e mettendo a loro disposizione – in modo randomizzato- da un lato l’informativa standard, dall’altro le informazioni contenute nel documento creato dal Nordic Cochrane Center. «Si è visto che comunicare alle donne le informazioni della Cochrane – che analizzano in modo critico l’utilità dello screening – non ha portato a significativi cambiamenti nell’attitudine delle donne a partecipare allo screening. Interessante notare quanto segnalato dagli altri due studi effettuati in Francia, ovvero che per le stesse donne, non vi è stata nessuna significativa differenza di adesione agli altri due screening (colon-retto e cervice), pur se con quelle perplessità – dovute a un livello più elevato di consapevolezza – che evidenziavano un sentimento di insicurezza verso una reale utilità del metodo screening.

Nel dibattito che è seguito – in particolare sui temi di fertilità e cancro – è emerso chiaramente che tutte queste particolari situazioni vanno affrontate da un team multidisciplinare che veda la presenza di più specialisti fra cui, insieme a oncologi, radioterapisti e chirurghi, anche ginecologi e psicologi.
In una cornice così completa come quella di Esmo 2014 – rilevano da Cipomo – mancava probabilmente una relazione sul tema della preservazione della fertilità in donne che si sono sottoposte a trattamenti oncologici e di conseguenza un approfondimento sul ruolo della fecondazione assistita nell’iter di una coppia in cui uno dei partner in questo caso la donna ha avuto un problema oncologico.

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