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27 Lug 2015
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“Ninna ho”, indagine sui bambini non riconosciuti e le loro mamme

10 LUG [Sole24Ore.it] Tra luglio 2013 e giugno 2014 sono stati 56 i neonati non riconosciuti su un totale di 80.060 bambini nati. Nel 62,5% dei casi si tratta di neonati non riconosciuti da madri straniere e nel 37,5% da mamme italiane. Le mamme che scelgono di non riconoscere i loro bambini hanno un’età compresa tra i 18 e i 30 anni nel 48,2% dei casi.
Sono solo alcuni dei dati sulla situazione dei bambini non riconosciuti alla nascita, presentati a Roma presso l’Auditorium del ministero della Salute.
I risultati sono frutto di un’indagine durata un anno condotta su un campione nazionale di 100 Centri nascita ed effettuata dalla Società Italiana di Neonatologia in collaborazione con “ninna ho”, progetto a tutela dell’infanzia abbandonata promosso da Fondazione Francesca Rava N.P.H. Italia Onlus e dal Network KPMG in Italia.
«L’indagine rappresenta una fase importante del nostro progetto, nato nel 2008 per contrastare l’abbandono neonatale in Italia» ha spiegato Mariavittoria Rava, presidente della Fondazione Francesca Rava. «Da anni siamo impegnati con ninna ho ad aiutare le donne in difficoltà e i loro bambini attraverso l’informazione sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e mediante l’installazione di culle termiche salvavita presso un network di ospedali dislocati in tutta Italia. Con questa indagine volevamo raccogliere dati quantitativi e qualitativi sulle situazioni dei bambini non riconosciuti alla nascita al fine di individuare, insieme alla Sin e alle istituzioni, nuovi strumenti e metodi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio».

L’indagine è stata effettuata sulla base di un questionario composto da 22 domande suddivise in tre specifiche sezioni e somministrato via mail ai Centri nascita associati Sin.
«70 gli ospedali che hanno partecipato alla ricerca di cui 38 del Nord Italia, 19 del Centro e 13 del Sud e Isole. La maggior parte dei bambini non riconosciuti sono nati in Italia Centrale e Settentrionale con rispettivamente 26 e 25 casi. Segue il Sud Italia con soli 5 parti anonimi» ha spiegato Giovanni Rebay, partner Kpmg.

Le madri
Il fenomeno del non riconoscimento materno riguarda in maggioranza donne di origine straniera così divise tra i casi rilevati: 20 provengono dall’Est Europa, 5 dall’Africa; 4 dal continente asiatico, 3 dall’America, 2 dal Centro Europa.
La maggioranza delle mamme che scelgono di non riconoscere i loro bambini, pur avendo fissa dimora, hanno partorito in una città diversa dalla propria residenza (ben l’84%).
Il 48,2% non è sposata e solo il 12,5% ha un lavoro. Per quanto riguarda il livello di istruzione, il 32,2% delle madri ha una scolarità medio-bassa (licenza elementare o di scuola media inferiore), il 19,6% ha un diploma di scuola media superiore, mentre l’1,8% è laureata.

Esperienza in ospedale, servizi di sostegno, motivi dell’abbandono
Al momento del parto, la maggioranza delle donne è arrivata sola in ospedale (34%); solo l’8,9% è stata accompagnata dal partner e il 14,4% da un parente.
Durante la gravidanza, il 32,1% delle donne non si è affidata a nessun servizio di sostegno; per quelle che lo hanno fatto l’ospedale risulta essere il principale servizio a cui le madri si sono rivolte (38,5%), seguito immediatamente dagli assistenti sociali e dai consultori familiari (rispettivamente il 34,6% e il 30,8%). Chiudono l’elenco le Associazioni di volontariato e i Centri di aiuto alla vita con il 15,4%, mentre il 7,6% si è rivolto alle Cooperative e ai Centri Sociali.
Per quanto riguarda i motivi dell’abbandono, al primo posto troviamo il disagio psichico e sociale (37,5%), seguito dalla paura di perdere il lavoro o più in generale dai problemi economici (19,6%). La paura di essere espulse o di dover crescere un figlio da sole in un Paese straniero è un motivo scatenante per il 12,5% delle donne immigrate; segue la coercizione per il 7,1%; la giovane età (5,4%); la solitudine (5,4%) e la violenza (1,8%).

L’ultima parte del questionario mira ad individuare gli strumenti e i metodi ritenuti dai neonatologi più efficaci per prevenire gli abbandoni in condizioni di rischio.
Al primo posto troviamo la necessità di assicurare sostegno e assistenza alle donne in difficoltà rafforzando le politiche per la famiglia e per l’infanzia; favorendo una maggiore integrazione e collaborazione tra attività ospedaliera e territoriale; assicurando una migliore presa in carico della madre e del bambino da parte di Consultori e Servizi sociali.
Al secondo posto troviamo la necessità di informare e sensibilizzare le madri in difficoltà sulla possibilità consentita dalla legge di partorire in anonimato e non riconoscere il neonato; sull’esistenza di enti concreti e strutture affidabili da cui poter ricevere assistenza, aiuto psicologico e sostegno da un punto di vista materiale.
Infine altro punto importante è secondo i neonatologi l’ascolto inteso come empatia, assenza totale di giudizio, comprensione, disponibilità al sostegno e all’aiuto, così da creare un clima di fiducia che consenta alle donne di aprirsi e affrontare il disagio legato alla difficoltà della condizione che stanno vivendo.
«Abbiamo partecipato con entusiasmo e forte coinvolgimento al progetto ninna ho – afferma Costantino Romagnoli, presidente Società Italiana di Neonatologia – perché siamo coscienti del problema che esiste in Italia e che è sicuramente più ampio di ciò che emerge dai fatti di cronaca. Agevolare e incrementare l’informazione per arrivare direttamente a queste donne in difficoltà attraverso ambulatori, centri di assistenza sociale, consultori e parrocchie è secondo noi la strada da percorrere per il futuro».
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