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30 Dic 2015
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Mortalità, impennata misteriosa nel 2015: “Quei 45mila scomparsi come in una guerra”

L’Istat: decessi aumentati dell’11%, ai livelli degli anni Quaranta. E gli esperti si interrogano: ci ammaliamo di più o ci curiamo peggio?
di MICHELE BOCCI

23 DIC. ROMA [LAREPUBBLICA] – Come durante la guerra, ma senza la guerra. Come se vivessimo sotto i bombardamenti. Uno studio interroga e preoccupa esperti in mezza Italia: nel 2015 il numero di morti nel nostro Paese è salito dell’11,3%. In un anno significherebbe 67mila decessi in più rispetto al 2014 (ad agosto sono già 45mila), per un incremento che davvero non si vedeva da decenni. I dati del bilancio demografico mensile dell’Istat raccontano qualcosa di abnorme, che già impegna i demografi e presto, quando saranno note le fasce di età e le cause, darà molto da lavorare anche agli esperti della sanità. Le schede appena pubblicate sul sito dell’Istituto di statistica arrivano fino all’agosto scorso e dicono che nei primi otto mesi sono stati registrati 445mila decessi, contro i 399mila nello stesso periodo dell’anno precedente. Si è passati cioè da una media di meno di 50mila al mese a una di oltre 55mila.
“Il numero è impressionante. Ma ciò che lo rende del tutto anomalo è il fatto che per trovare un’analoga impennata della mortalità, con ordini di grandezza comparabili, si deve tornare indietro sino al 1943 e, prima ancora, occorre risalire agli anni tra il 1915 e il 1918”, scrive sul sito di demografia Neodemos il professor Gian Carlo Blangiardo. “Certo, si tratta di dati provvisori, ma negli anni scorsi l’Istat ha sempre confermato alla fine dell’anno i numeri pubblicati mensilmente. Magari ci saranno correzioni, ma nell’ordine di alcune centinaia di casi. L’unità di grandezza che ci aspetta è quella”, chiarisce il docente. Nel 2013 e nel 2014, tra l’altro, il numero dei morti era calato, ma sempre di poco: mai si erano raggiunte percentuali in doppia cifra.
Che cosa sta succedendo? Non è ancora chiaro. Anche Agenas, l’agenzia sanitaria delle Regioni, ha deciso di avviare un approfondimento. “Stiamo lavorando per dare una spiegazione a questo fenomeno”, dice il direttore Francesco Bevere. I ricercatori raccolgono i dati dei decessi negli ospedali, perché in quel modo è più semplice risalire alle cause. Sono già state contattate alcune Regioni, tra le quali l’Emilia Romagna e la Lombardia, che avrebbero confermato tassi di crescita dei decessi in corsia in linea con quelli registrati dall’Istat sulla popolazione generale.
Per ora si può lavorare solo sui numeri mensili, ma anche quelli possono essere comunque utili. Intanto, gli incrementi maggiori si sono avuti a gennaio, febbraio e marzo (+6, +10 e +7mila morti rispetto all’anno precedente). Si tratta dei mesi più freddi, quelli in cui colpisce l’influenza. Come noto, l’anno scorso la vaccinazione è calata molto a causa di un allarme poi rivelatosi falso partito dall’Aifa riguardo ai vaccini.
Difficile però che la malattia stagionale da sola abbia prodotto effetti di quelle dimensioni. La conta dell’Istituto superiore di sanità si è fermata a quota 8mila morti provocati dal problema con la vacinazione. E la crescita dei decessi non si giustifica neanche con l’invecchiamento della popolazione, che secondo Blangiardo può essere responsabile di un incremento di circa 15mila morti l’anno. Un altro mese che ha segnato una differenza importante, circa 10mila casi, è luglio. Ma il caldo quest’anno non è stato particolarmente pesante. Insomma, il giallo delle morti in Italia non è risolto. E sullo sfondo c’è un timore, sollevato sempre su Neodemos. Che la crisi economica e i tagli al Welfare c’entrino qualcosa. Ci vorranno mesi di studio per capire se davvero tra le cause della “nuova guerra” ci sono anche queste.

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Ci sono 5 commenti:

  1. Carlo Corchia - 30 Dic 2015 11:35 AM

    MAMMA MIA QUANTI MORTI!
    Immediatamente prima di Natale un allarme si è diffuso sui media. “Uno studio interroga e preoccupa esperti di mezza Italia” (l’altra metà non si sa dove sia) o “l’ISTAT ha reso noto che” sono i termini più frequentemente adoperati per parlarne. In realtà si tratta solo dell’aggiornamento on-line del bilancio demografico che l’ISTAT pubblica mensilmente sul suo sito. La notizia si riferisce al considerevole aumento dei decessi riscontrati da gennaio ad agosto 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: 444.658 contro 399.503, 45.000 in più. “Quei 45mila scomparsi come in una guerra” ha titolato il secondo più diffuso quotidiano nazionale, definendo il fenomeno “abnorme” e “impressionante”. Subito è partita la corsa agli esperti, i quali, interrogati a caldo e forse un po’ distratti dalle festività natalizie hanno fornito ipotesi interpretative a volte fantasiose o in sintonia con i loro particolari interessi scientifici (tipico bias da professione). L’argomento è ritornato sui media dopo i tre giorni di festa ingigantito dai risvolti socio-politici con i quali è stato condito: c’è chi parla di conseguenza della crisi e del ridimensionamento dello stato sociale, chi dei tagli alla sanità, chi di effetto della diminuzione delle vaccinazioni, chi, addirittura, lo mette in relazione con la chiusura degli ospedali.
    Poiché, come dice Massimo Livi Bacci, la demografia non rientra al giorno d’oggi nell’agenda del dibattito pubblico, poco risalto è stato dato a quella che, invece, potrebbe essere la spiegazione più semplice, cioè lo spostamento graduale verso età avanzate di grandi masse di popolazione nate nell’immediato dopoguerra e la diminuzione, invece, dei giovani adulti a causa della notevole contrazione delle nascite osservata a partire dagli anni ’70 e proseguita all’incirca fino alla fine del secolo scorso. Se gli anziani e i vecchi aumentano di numero rispetto ai giovani, anche se i primi muoiono di meno che in passato, il numero totale delle morti aumenta. Proprio l’aumento della sopravvivenza ad età molto avanzate può contribuire a rendere più evidente il fenomeno, perché anche se la massa dei molto vecchi aumenta considerevolmente prima o poi tutti muoiono. Si tratta probabilmente di un evento connesso al processo di transizione demografica che verosimilmente andrà avanti ancora per molti decenni, presumibilmente almeno fino alla fine del secolo; processo che è graduale e che produrrà notevoli cambiamenti nella nostra società e nelle relazioni tra le persone.
    Se chi da le notizie andasse a scavare un po’ più a fondo nei dati che l’ISTAT mette a disposizione scoprirebbe che mentre nel 2002 (anno tutto sommato ancora vicinissimo) la popolazione d’età inferiore a 15 anni rappresentava il 14,2% del totale, ora ne rappresenta il 13,8%, mentre quella superiore a 65 anni e oltre è passata dal 18,7% al 21,7%. Contemporaneamente, la quota di popolazione tra 15 e 64 anni è diminuita dal 67,1% al 64,5%.
    E ancora. L’aumento del numero assoluto di decessi non è un fatto di oggi. Nel 2004 le morti furono 545.000 ed aumentarono a più di 588.000 nel 2009; nel 2012 furono quasi 613.000. Solo nel 2013 e 2014 è stata osservata una diminuzione intorno a 600.000 all’anno. Se i dati dell’ultimo quarto dell’anno che sta per finire dovessero essere simili a quelli dei mesi precedenti, dopo le dovute verifiche ed eventuali correzioni, i decessi stimati sarebbero circa 667.000. A ben guardare, tuttavia, sono i dati del biennio precedente a sembrare fuori scala (verso il basso) perché anche se dovessero essere confermate le stime per il 2015 esse sarebbero in linea con quelle degli anni antecedenti al 2013 ed indicherebbero una chiara tendenza, più o meno lineare, all’aumento. Poiché i tassi di mortalità del 2004 specifici per classi di età e per sesso erano tutti più bassi di quelli del 2009 (ultimo anno con questo tipo di dati disponibili), stando ad indicare un aumento generalizzato della sopravvivenza pur essendovi stato in quel periodo un aumento del numero di morti, è probabile e verosimile che anche l’incremento dei decessi osservato nell’ultimo anno sia prevalentemente dovuto al cambiamento della struttura della popolazione. Possono avervi contribuito anche altri fattori, ma il loro ruolo è presumibilmente minore di quello legato ai cambiamenti demografici.
    L’aumento della probabilità di sopravvivenza non è infinito e prima o poi terminerà. Dobbiamo abituarci ad un numero crescente di decessi nei prossimi decenni, fino a quando, forse, non sarà raggiunto un nuovo equilibrio, sempre che non intervengano eventi ora come ora inimmaginabili.
    Carlo Corchia

  2. Andrea - 30 Dic 2015 12:35 PM

    Carlo Corchia, grazie dell’analisi molto chiara.

  3. Giancarlo Biasini - 30 Dic 2015 3:28 PM

    Si corre,si scrive e si corre: è facile correre,meno facile ragionare e cercare di capire.

  4. Giacomo Toffol - 30 Dic 2015 7:08 PM

    Forse ci potrebbero essere anche altre spiegazioni, come scrive su ” Il foglietto della Ricerca”, (voce dell’ USI – Ricerca, sindacato nazionale lavoratori della Ricerca)Franco Mostacci, ricercatore e giornalista

    Troppe morti in Italia nel 2015. Allarme sanitario o anomalìa statistica?

    http://www.ilfoglietto.it/il-foglietto/4349-troppe-morti-in-italia-nel-2015-allarme-sanitario-o-anomalia-statistica.html

  5. Laura Reali - 01 Gen 2016 5:42 PM

    Molto interessante il commento di Mostacci,
    Grazie Giacomo, mi sembra però che le motivazioni che fornisce non siano diverse o in contrapposizione con quelle fornite da Corchia, ma che anzi le sostanzino con qualche dato in più. Il senso credo sia che prima di lanciare allarmi, si dovrebbe ragionare con accuratezza sui dati disponibili.