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01 Dic 2015
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No al pensiero debole in sanità

Uscire dalla crisi in cui versa il nostro Ssn implica che il tessuto riformatore che ha dato vita alla nostra sanità pubblica faccia nuovamente sentire la sua voce contro ogni tentativo di trasformare la salute in mero bene di consumo.

 

17 NOV [QuotidianoSanità.it]- Nel loro intervento su QS del 16 novembre sul DDL responsabilità professionale Graziella Filippini e Luca De Fiore sostengono giustamente che la produzione, la disseminazione e l’implementazione di linee-guida debbano essere considerate come attività costitutive di un Servizio Sanitario pubblico” e che “il coordinamento di tale attività  debba essere “affidata ad un’istituzione pubblica dotata di competenza e di sostanziale indipendenza”.
Nel nostro paese invece regna sovrano la frammentazione o quel che peggio il fai da te  in cui le regioni più volenterose hanno cercato di definire alcune linee guida sulle patologie a maggior impatto sanitario,  mentre le altre, semmai in gravi difficoltà economiche, hanno deciso di astenersi da qualsiasi presa di posizione sul tema dell’appropriatezza, senza rinunciare tuttavia a chiedere sanzioni nei confronti dei medici inadempienti.
La situazione è  ancora più paradossale per quanto riguarda i prontuari farmaceutici regionali (PTOR) che sono diversi da regione e regione. E così per quanto riguarda la erogabilità e le condizioni di erogabilità dei farmaci innovativi (pensiamo per esempio al campo oncologico) ciascuna di esse non si comporta in funzione delle prove di efficacia dei diversi trattamenti, universalmente riconosciute,  ma adotta il proprio comportamento  in base alle proprie possibilità e convinzioni  creando ulteriori disparità nei confronti dei cittadini.
Alcuni cittadini, nati una regione più generosa potranno così contare su  una possibilità in più,  ma questa sarà negata agli sfortunati nati in un’altra che ha deciso per un atteggiamento più restrittivo. E allora la domande da porsi è la seguente: è il nostro SSN un servizio universalistico  o è  un sistema che insieme alla devoluzione dei modelli organizzati ha anche “relativizzato” il diritto di avere cure di identica qualità su tutto il territorio nazionale?
Il problema ovviamente non è quello di consentire la prescrivibilità nei confronti di farmaci (o di accertamenti) di non provata efficacia (allargando così le maglie senza concrete prove di efficacia), ma è quello di definire in un’unica sede, necessariamente nazionale,  quali trattamenti siano degni di essere erogati e quali non,  in base a un ragionamento che sia condiviso dall’ente regolatore, dai professionisti e dai pazienti. Un processo multidisciplinare che ben hanno descritto gli autori citati.
Perché allora queste elementari regole di buon senso non sono applicate? Perché si preferisce invece piegare la appropriatezza,  che dovrebbe essere la regola fondamentale di ogni medico che si senta tale, alla realizzazione di risparmi (senza peraltro riuscirci)  come si è fatto con il decreto sull’appropriatezza?
Il pensiero debole in sanità è anche questo: la incapacità degli enti preposti, in primis il Ministero a promuovere quella rivoluzione culturale di cui il nostro SSN ha bisogno non meno che delle risorse.
La storia ci ha ampiamente dimostrato che le risorse sono un mezzo e non un fine e che senza progettualità  le risorse finiscono per ingrossare la malasanità, gli sperperi e  tutto quello che è emerso dagli scandali di questi ultimi anni.
La rivoluzione culturale di  cui abbiamo bisogno e di cui si dovrebbe farsi portabandiera il Ministero della salute, sempre più relegato alla pura marginalità, è quella di trasformare la quantità in qualità; di abbattere il feticcio del prestazionismo in base al quale  in sanità l’unico criterio valutativo è il quanto i professionisti fanno (il numero  di DRG, il numero di  visite, il numero di  esami diagnostici, etc) senza mai indagare se quelle prestazioni hanno quell’utilità  che le rende degne di essere erogate.
La rivoluzione culturale richiede però anche un impegno degli ordini professionali e dei collegi delle professioni sanitarie. Questi organismi devono rompere con il passato e con la pratica di pestare l’acqua nel mortaio o di discutere sul sesso degli angeli  invece di  affrontare i veri temi sul tappeto.
Dei segni di discontinuità si sono già visti; pregevole il documento che la Fnomceo ha elaborato con le società scientifiche del settore sulle allergie alimentari. Questa esperienza deve essere ora generalizzata dimostrando che i medici e i professionisti sanitari non hanno bisogno che le regioni, per puri motivi di cassa, dicano loro cosa debbono fare. Pregevole la decisione di alcune società scientifiche di fare propri i principi della slow medicine e di contrastare la tendenza crescente alla sovra diagnosi attraverso l’esplosione di esami ed accertamenti inutili.
Le regioni, da parte loro, si dessero da fare valorizzando le professionalità di cui dispongono invece di salire in cattedra per insegnare agli altri quello che loro  non fanno a partire dal taglio  delle oltre 8.000 partecipate che  restano tuttora in piedi e che sono già costate  il posto di Perotti ora e di Cottarelli prima.
Il SSN è nato sotto la spinta delle lotte operaie che spingevano per un nuovo paradigma in cui la prevenzione e la lotta ai fattori di nocività doveva trovare coniugazione con la partecipazione dei cittadini e degli utenti ai processi decisionali.
Quei tempi sono drammaticamente lontani,  ma uscire dalla crisi in cui versa il nostro SSN implica che quel tessuto riformatore dal basso faccia nuovamente sentire la sua voce contro ogni tentativo di trasformare la salute in mero bene di consumo.

Roberto Polillo

17 novembre 2015 © Riproduzione riservata

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