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03 Feb 2016
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Le performance regionali, i diritti dei cittadini e quei piani di rientro senz’anima

Sotto la minaccia dei piani di rientro molte Regioni, a suon di tagli più o meno lineari, sono “in via di guarigione”, anche al prezzo di non riuscire più a garantire i LEA ai loro cittadini. Quindi i malati che se lo possono permettere migrano dalle Regioni che hanno tagliato a quelle con maggiore offerta, con buona pace dell’articolo 32 della Costituzione Italiana. ​Ne vogliamo parlare?

15 gen. [Sole24oreSanità] A fianco degli autorevoli studi tendenti, da una parte, ad esaltare le prestazioni salutari di talune Regioni e, dall’altra, ad attribuire le peggiori maglie, deve necessariamente essere fatta una riflessione sui perché. Ciò in quanto le analisi di carattere ricognitivo servono poco a chi, sino a quel momento, non ha goduto del diritto alla salute. Assumono quasi un peso certificatorio per chi è stato costretto ad emigrare altrove – accollandosi disagi familiari notevoli e affrontando spese, utilizzando risorse spesso prese in prestito – e per quelle Regioni che vengono conseguentemente penalizzate in termini di bilancio.
Delle otto Regioni in piano di rientro, sei di esse (di cui quattro tra le cinque commissariate oltre alla Sicilia e alla Puglia) sono afflitte da una emorragia inarrestabile di malati, che costituiscono utenza/moneta pregiata soprattutto per la Lombardia. Quella Regione che ha investito tanto in termini di offerta da esibire agli ammalati, quasi sempre gravi, campani piuttosto che calabresi o siciliani. Cittadini anche loro di quella Repubblica che non è in grado di assicurare l’esigibilità dei Lea ovunque, nonostante l’art. 117, comma 2, lettera m.
Al riguardo, senza con questo incentivare processi sulle colpe dei decisori pubblici, che invero appaiono molteplici e largamente diffuse, occorrerebbe che il legislatore facesse il mea culpa sull’errore di ipotesi di supporre il c.d. piano di rientro lo strumento utile a “curare” la maladministration che ha portato la sanità in tantissime regioni all’attuale stato di precarietà. Anche le graduatorie andrebbero lette in tal senso, puntando il dito non su quelle che fanno (semplicemente) il loro dovere bensì su quelle ove la sanità accettabile rimane un sogno e le sue corsie ospedaliere un incubo.
Compito della politica, specie di quella che governa, è di assicurare i diritti civili e sociali a tutti i cittadini. Un compito del Governo che diventa prioritario nei confronti del diritto sociale di maggiore peso: la salute. Una garanzia ineludibile che impone, nell’ipotesi di mancata esigibilità dei Lea, di intervenire in sostituzione degli organi delle Regioni inadempienti.
È qui che casca l’asino!
A fronte di un problema simile, immane per natura e dimensione, si è intervenuto pedissequamente ovverosia senza offrire alcun contributo di produttiva originalità. Ciò in antitesi con la previsione normativa del 2004 (L. 311 comma 180) che per l’appunto denomina il famigerato piano di rientro “programma operativo di riorganizzazione, di riqualificazione o di potenziamento” dei rispettivi servizi sanitari regionali.
Si sono così generati Accordi Governo-Regioni interessate senza anima, al netto delle conoscenze del territorio interessato e della loro componente sociale. Un percorso che ha visto assenti i Consigli regionali, i sindaci e le associazioni categoriali coinvolte veri conoscitori dei fabbisogni epidemiologici, peraltro mai rilevati ovunque, attesa l’assenza strutturale di organismi appositamente dedicati. Conseguentemente si è “pianorientrato” e non programmato l’intervento salutare sulla base di dati supposti, spesso inventati.
Ciò che è avvenuto dopo ha fatto il resto. Con nomine commissariali ad appannaggio dei Presidenti di Regione. Gli stessi colpevoli dei disastri. Per poi passare a nomine laiche, di soggetti terzi, quasi sempre anche essi ignari della geomorfologia, della composizione demografica e delle condizioni socio-economiche caretterizzanti il loro “luogo di lavoro”. Quindi un disastro annunciato e voluto che vede oggi le Regioni commissariate per tre anni esserlo già per cinque con la tendenza al raddoppio. Non solo. Anche quelle che non lo sono, ma sono soggette a piani di rientro, conquistare la maglia nera, come la Puglia in relazione al management aziendale, la Calabria e la Campania in termini di giudizio complessivo.
Il dubbio che viene legittimamente fuori ai quasi 30 milioni di cittadini afflitti da questi mali è che qualcuno ce l’abbia con loro!

Ettore Jorio (Università della Calabria)


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