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24 Mar 2016
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«Ospedale che vai, parto che trovi». Due neo mamme raccontano al pediatra…

di Sergio Conti Nibali (pediatra di libera scelta, Associazione Culturale Pediatri)

11 mar [Sole24ore Sanità] In ospedale ci si ricovera per un problema di salute, quasi sempre; un’eccezione è per il parto, che rappresenta una lieta occasione da ricordare per tutta la vita. Questo momento rappresenta per le mamme e i papà un’esperienza indimenticabile e in quel momento le parole, i gesti, i fatti che si susseguono rimangono scolpiti nella loro mente in maniera indelebile. Il personale dei reparti di maternità deve essere, perciò, consapevole del ruolo che riveste per la coppia che si è rivolta a loro; deve, perciò, essere preparato a gestire le ansie, le paure, le domande; deve saperle accogliere, restituendo sostegno e fiducia, oltre che fornire risposte appropriate.
Nel giro di qualche giorno ha accolto nel mio ambulatorio due coppie di neo genitori, a pochi giorni dalla nascita del loro primo bambino.
Entrambe le mamme hanno partorito in un ospedale pubblico, ma non nello stesso.
La prima coppia mi ha raccontato un’esperienza vissuta con estrema soddisfazione: si sono sentiti accolti da tutto il personale del reparto, hanno condiviso il travaglio in un ambiente sereno e accogliente con una disponibilità costante dell’ostetrica, la mamma ha avuto la possibilità di muoversi, di bere qualcosa e ha partorito in una sala ben attrezzata in modo da potere scegliere la posizione a lei più congeniale; il bambino, appena nato, l’ha potuto tenere sul suo seno a contatto pelle a pelle per tutto il tempo che lo ha desiderato e poi lo ha sempre tenuto accanto, allattandolo ogni qual volta il bambino mostrava segni di fame. Durante i 2 giorni di degenza la mamma si è sentita protetta e supportata dagli operatori sanitari del reparto e è stata dimessa con messaggi chiari e coerenti.
La seconda coppia ha vissuto un’esperienza “da dimenticare” (ma si può dimenticare?). Al marito non è stato concesso di assistere al parto, né tanto meno ha potuto stare accanto alla mamma durante il lungo travaglio; la mamma ha potuto vedere solo per pochi minuti il bambino alla nascita perché, pur essendo nato a termine e in buona salute, per la routine del reparto è stato tenuto 3 ore al nido nella culla termica; alla madre veniva portato ogni 3 ore; la mamma è stata dimessa con informazioni contraddittorie (“a ogni cambio di turno ognuno diceva una cosa diversa”).
L’approccio alle due situazioni sopra descritte è molto diverso da parte del pediatra di famiglia; nella prima si ritrova un percorso virtuoso già avviato per cui non dovrà fare altro che continuare a accompagnare nel percorso di empowerment la coppia; mentre, nella seconda situazione, dovrà molto impegnarsi a costruire un modello di aiuto che abbia come base la consapevolezza per la coppia di ritrovare nell’operatore sanitario (in questo caso il pediatra di famiglia) colui che deve accompagnarla in un percorso fisiologico di crescita; il pediatra dovrà, come prima cosa, restituire chiarezza fornendo informazioni competenti, creando un clima di collaborazione, ma che rimetta al centro la coppia e il loro bambino per restituire competenze e far venire fuori le competenze genitoriali.

Queste due storie così diverse portano a almeno due riflessioni
In Italia solo una piccola percentuale di bambini nasce in reparti di maternità che hanno completato il percorso dell’iniziativa mondiale dell’Unicef “Ospedali amici dei bambini”; sono solo 23 a fronte di più di 700 punti nascita; l’iniziativa mette in pratica i 10 passi che sono efficaci nella promozione dell’allattamento, attua un puntuale rispetto del Codice Internazionale per la commercializzazione dei sostituti del latte materno contribuendo alla sua protezione dal marketing aggressivo dell’industria e applica le cure amiche della mamma per una travaglio e un parto quanto più naturale possibile.
Ancora oggi le università e le varie scuole di formazione per gli operatori del comparto sanitario non prevedono (se non con iniziative sporadiche e non istituzionalizzate) nei loro curricula l’approfondimento e l’insegnamento degli aspetti che riguardano la relazione con il paziente; corsi di counseling dovrebbero costituire, viceversa, la base fondante per qualsiasi operatore che si appresta a lavorare nel comparto sanitario; non si possono trascurare le tecniche di una buona relazione d’aiuto, se si vuole creare non solo professionisti tecnicamente qualificati, ma anche operatori che abbiano la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo dei loro assistititi, di offrire sostegno e fiducia e di accompagnarli in percorsi di salute.

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