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15 Nov 2016
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Nati per Leggere: bimbi in braccio a mamma e papà con un libro davanti agli occhi

Torna in Italia la Settimana Nazionale del “Diritto alle storie”. Un’iniziativa che va avanti da 17 anni e mette a contatto con la lettura i bambini molto piccoli: anche di soli sei mesi d’età. “I benefici per lo sviluppo del cervello sono concreti e importanti” confermano gli esperti

di ELENA DUSI

 

spotnplROMA – [Repubblica.it] Gattonando, tutti in biblioteca. Torna la settimana nazionale di “Nati per leggere“, il programma creato in Italia nel 1999 che porta i bambini in braccio a mamma e papà, con un libro aperto davanti agli occhi. La settimana andrà avanti dal 13 al 20 novembre con il titolo “Andiamo dritti alle storie”, coinvolgendo 2mila comuni e 10mila volontari. Gli appuntamenti, concentrati soprattutto nelle biblioteche pubbliche, sono spezzettati città per città (non c’è una fonte unica da consultare). Si può cercare sul sito del programma Nati per Leggere, sulle pagine Facebook regionali o tra le iniziative del proprio Comune.

Nati per Leggere, se fosse stato un bambino, sarebbe oggi un bel ragazzo di 17 anni. Si tratta di un’iniziativa dell’Associazione culturale pediatri, dell’Associazione italiana biblioteche e del Centro per la salute del bambino di Trieste. Il suo presupposto scientifico è che favorendo il contatto fra libri e bambini fin dai sei mesi d’età (ovviamente passando attraverso la voce e le coccole dei genitori) il cervello si arricchisce di immagini, suoni e parole. I piccoli imparano prima a parlare e a leggere. Avranno risultati migliori a scuola e riusciranno – si spera – ad amare i libri più dei tablet.

Opuscoli, incontri nelle biblioteche, scambio di volumi negli studi dei pediatri, una lista di letture consigliate sul sito internet sono i modi con cui Nati per Leggere porta la lettura nelle case abitate dai bambini. Ai genitori si consiglia di non aspettarsi, all’inizio, tempi di attenzione lunghi. Di prepararsi a “trattamenti rudi” nei confronti dei libri, a richieste di letture ripetute all’infinito (segno che la storia ha avuto successo). E soprattutto di puntare sul contatto fisico e sull’intonazione giocosa della voce per insegnare ai figli l’associazione fra lettura e amore.

Spot NATI PER LEGGERE 30″ from CSC Lombardia on Vimeo.

Nel 2015 una ricerca dell’American Academy of Pediatrics ha studiato con la risonanza magnetica dei bambini di 3-5 anni abituati a leggere fin da piccoli. “L’esposizione ai libri ancora prima dell’asilo – spiegò il coordinatore dello studio John Hutton, dell’ospedale pediatrico di Cincinnati – ha un impatto significativo e misurabile sul modo in cui il cervello processa le storie, e potrebbe essere un fattore predittivo della futura capacità di leggere”. Di particolare importanza, prosegue il ricercatore, “sono le aree cerebrali che supportano l’immaginazione mentale, cioè la capacità di “vedere le storie” oltre i disegni”.

Gli americani, cui piace monetizzare molti aspetti della vita, hanno calcolato tramite il premio Nobel per l’economia James Heckman che “i programmi prescolari hanno un tasso di rendimento annuo compreso fra il 7 e il 10%” si legge nella presentazione di Nati per Leggere. “E un ritorno economico complessivo, a distanza, pari fino a 7 volte quello iniziale”.

Ma non è certo quello il pensiero dei genitori che leggono con il loro bambino, presentando i personaggi e dando un nome ai dettagli dei disegni. “Parole, letture, gesti, sorrisi, suoni, rapporti corporei e sguardi” sono il pane dello sviluppo del cervello dei bambini, ha scritto Giancarlo Biasini, pediatra, uno dei fondatori di Nati per Leggere. E la stessa Organizzazione mondiale per la sanità ha indicato nel suo programma per il 2015-202 che “il comportamento, la cultura che circonda il bambino nei primi tempi della vita hanno effetti che si prolungano in età adulta. Il sostegno in questo periodo cruciale è un diritto del bambino”.

Nati per Leggere è stato creato in Italia seguendo gli esempi americani di “Born to read” e “Reach out and read” e quello inglese di “Bookstart”. “Era da metà degli anni Ottanta – scrive ancora Biasini – che al City Hospital di Boston avevano cominciato la loro esperienza mettendo i libri, che venivano “rubati”, nelle sale di attesa.

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