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09 Dic 2016
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50° Rapporto Censis: «Malgrado tutto la salute c’è»

L’Italia che emerge dal rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, giunto alla 50ma edizione, è un paese privo di strategia, che “campicchia”, senza fiducia nel futuro, dove i pochi giovani hanno lavori precari, fanno sempre meno figli e vengono sostenuti dai nonni che​, ringraziando il cielo sono in buona salute e prendono la pensione. E’ proprio un paese al rovescio.

 

di Barbara Gobbi

2 dic. [Sole24ore Sanità] Forse perché nel quotidiano la società, a dispetto di tutto, «continua a funzionare». Piantata sulle gambe per ora solide, ma in prospettiva fragili, delle pensioni dei nonni. Forse per questo, il welfare e la salute degli italiani continuano a reggere. Ma in un Paese chiuso in se stesso, esposto a “disgregazione molecolare” e sempre più portato a quel «rintanamento chez soi» che apre la strada al populismo. Inevitabili conseguenze di cambiamenti e cicatrici più o meno profondi: dalla digitalizzazione rutilante all’impatto dell’immigrazione non gestita; da eventi di rottura esterni, come la Brexit, allo scollamento drammatico della “gente” dalla pubblica amministrazione e dalle istituzioni.

L’Italia che emerge dal blocco di marmo scolpito dal rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese, giunto alla 50ma edizione, è una realtà priva di strategia. Che “campicchia”, senza fiducia nel futuro. Un Paese che non scommette: né a livello macro – gli investimenti sono il 16,6% del Pil nel 2015, ben al di sotto della media europea del 19,5% – né tra le mura domestiche. Dove chi ancora può, in una immobilità sociale che genera insicurezza, mira a potenziare i propri risparmi o a tenerli sotto il mattone. Tanto che rispetto al 2007, l’inizio della crisi, gli italiani hanno accumulato liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro. Ma senza allegria, verrebbe da dire.

Perché in un Paese dove i figli sono molto più poveri dei nonni – la ricchezza dei “millenial” è inferiore del 4,3% rispetto a quella dei loro coetanei del 1991, mentre per gli italiani nel loro complesso il valore attuale è maggiore del 32,2% rispetto ad allora e per gli anziani è addirittura maggiore dell’84,7% – c’è poco da guardare al futuro. Il mercato occupazionale, fluttuante per merito del Jobs Act e dei voucher, favorisce una flessibilità fatta di “lavoretti” e fautrice di bassa produttività (9.100 euro pro capite) che affossa la crescita del Pil. E i “millenial”, per i quali uno stipendio che consenta l’autonomia è merce rara, non investono neanche nel privato: le relazioni sentimentali, intanto, non vengono più formalizzate, anche perché molti giovani considerano premesse necessarie al matrimonio l’avere un lavoro (71,9%), risparmi accantonati (49,9%), l’aver convissuto per un po’ con la persona scelta (30,4%), l’aver completato gli studi (27,5%). E i figli? Per l’83,3% degli interpellati – si legge nel report Censis – la crisi ha avuto un impatto sulla propensione alla natalità. E per quanti fanno figli, il sostegno spesso e volentieri arriva dai nonni pensionati. Che a loro volta ricevono sì – quando necessario – un supporto stimato in 1,7 milioni, ma sono anche «protagonisti di una redistribuzione orizzontale di risorse economiche». Ben 4,1 milioni di pensionati – probabilmente parte di quel 58,4% che si dichiara soddisfatto della propria vita – diventa «spesso e volentieri fonte di redditi integrativi dei traballanti, e in molti casi, insufficienti, redditi di familiari ancora in età attiva».

Nel 2015, anche grazie a questo welfare informale, i due terzi della popolazione italiana (il 69%, per la precisione) si dichiarano “in buono stato di salute”, confermando il dato dell’anno precedente. La soddisfazione nasce certo tra gli anziani che stanno bene: si riducono le quote degli abitanti con una o più malattie croniche (38,3%) e con due malattie croniche o più (19,8%) e aumentano i cronici in buona salute (42,3%).

Tutto questo in una dinamica demografica dove si continua a registrare un lieve aumento degli “over 65”. E in cui la popolazione non smette di subire gli effetti di un welfare che è stato compresso al massimo in quasi un decennio di crisi, con l’effetto perverso di veder convertire la propria mission da “moderatore” ad amplificatore delle disuguaglianze sociali. I cittadini hanno tamponato la scure sulla sanità – e continuano a farlo – come potevano: responsabilizzandosi come caregiver, educandosi al web ma potenziando allo stesso tempo la collaborazione con i medici. E mettendoci soldi di tasca propria: nel 2015, l’“out of pocket” ha ripreso a crescere raggiungendo i 34,8 miliardi di euro (24% della spesa sanitaria totale); la compartecipazione alla spesa è salita a +32,4% dal 2009 al 2015. Ma ancora non basta: 11 milioni circa di italiani nel 2016 hanno dovuto rinunciare o rinviare le cure dal dentista, così come esami diagnostici e visite specialistiche. E in una ripresa economica più volte annunciata ma che stenta a decollare, è ormai chiaro alle persone che un welfare ad accesso universale non è più praticabile. «Già oggi – si legge in sintesi nel 50° Report Censis – gli interventi di ridimensionamento della spesa hanno rappresentato per molti italiani tagli di sanità reale e utile (…). Le differenze regionali sono ancora ampie, e senza un ripensamento complessivo della sanità che rimoduli in modo complessivo l’offerta e la sua necessaria evoluzione strutturale, alla luce dei fattori strutturali di cambiamento e delle interconnessioni tra i comparti troppo spesso oggi ignorate, anche gli sforzi di risanamento finanziario mostreranno presto tutta la loro fragilità». Per questo, ne sono convinti al Censis (si legga il commento in pagina), il welfare sanitario ha bisogno di ulteriori sostegni. Di quattro gambe su cui i cittadini – in particolare quelli aggrediti da disagio e deprivazione – possano recuperare fiducia nella possibilità di ricevere sostegno adeguato.

Barbara Gobbi

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