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03 Nov 2017
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Cosa c’è dietro le nuove richieste di autonomia. Il caso sanità

In un paese che non è più disposto ad accogliere neanche i clandestini, la conflittualità è arrivata ad essere elevata anche tra le Regioni più ricche e quelle più povere. Ma non non è solo questione di PIL.

 

A quanto ammonta il finanziamento dal Nord alla sanità del Sud? Abolendolo, la sanità del Nord ne beneficerebbe? Con più risorse aumenterebbe l’efficacia? Alimenterebbe anche le inefficienze, la non di rado malsana stretta vicinanza locale tra decisore e poteri economici? Ecco i dati, con molte sorprese

27 OTT [Quotidiano Sanità] – Le nostre tasse a casa nostra! È il grido dei referendari Lombardo-Veneti, Catalani, e coi dovuti distinguo (più nella forma che nella sostanza), dell’Emilia Romagna. Vincoli costituzionali e normativi a parte, artt. 116 e 117 della Costituzione, le famose 23 competenze e altro, comunque ridiscutibili, che significherebbe per la nostra sanità, che pesa per almeno tre quarti delle finanze regionali?
A quanto ammonta il finanziamento dal Nord alla sanità del Sud? Abolendolo, la sanità del Nord ne beneficerebbe? Con più risorse aumenterebbe l’efficacia? Alimenterebbe anche le inefficienze, la non di rado malsana stretta vicinanza locale tra decisore e poteri economici (vedi il record Lombardo nel connubio tra sanità e codice penale)?
Nonostante anni di federalismo, il finanziamento delle Regioni si basa ancora sulla spartizione del FSN per quota capitaria. Data la profonda differente ricchezza, per mantenere lo stesso livello di finanziamento su tutto il territorio nazionale (si chiama SSN), di fatto permane una perequazione dalle “ricche” alle “meno ricche”: chi ha di più dà a chi ha di meno.
È il cuore nero di ogni federalismo. In Canada, per esempio, anni fa le Provincie hanno sfiorato la guerra tra loro, carri armati inclusi. Da noi oggi si riaffilano con rinnovata verve le alabarde nordiste e i mattarelli delle “sfogline” emiliane. Quanti soldi si spostano oggi per la sanità in direzione meridiana? Provo a calcolarlo come “proxy”, seguitemi.
Le Regioni “ricche” oltre un certo valore soglia danno l’eccedenza a chi a quel valore è sotto. Quella soglia è la media nazionale del finanziamento SSN, cioè il 6,7% del PIL, pari a 1810 euro pro capite. Rappresenta il fabbisogno standard: le Regioni il cui 6,7% del proprio PIL supera la media nazionale dei 1810 euro, di fatto destinano l’eccedenza a coprire la parte carente di quelle con valore inferiore a quella cifra.
Dati Istat, a fronte di quei 1810 euro di media Italia, il 6,7% del PIL pro capite del Nord è 2211 euro (2405 Lombardia, 2063 Veneto, 2264 E. Romagna, per restare alle tre Regioni attivatesi), quello del Centro 1963 euro, del Sud 1192 euro.
Quindi per la sua sanità un cittadino del Sud, in aggiunta ai suoi 1192 euro, per arrivare alla media nazionale di 1810, per un SSN finanziato equanimemente da Trieste in giù, riceve dal Nord e dal Centro, 618 euro l’anno a testa, essendo i cittadini del Sud 20,8 milioni, un totale di 12,9 miliardi. La perequazione vale quindi circa l’11% del FSN da 114 miliardi.
Di questi 12,9 miliardi, 1,8 li mette il Centro (1963 euro il 6,7% del suo PIL pro capite, ovvero 153 euro di surplus sui 1810 euro di media Italia, per 12 milioni di abitanti) e 11,1 miliardi li dà il Nord (401 euro di surplus per 27,7 milioni di abitanti)
Di questi 11,1 del Nord, 6 miliardi sono dalla Lombardia (595 euro da ognuno dei 10,1 milioni di Lombardi), 1,2 dal Veneto (253 euro a testa per 4,9 milioni di Veneti), 2 dall’Emilia Romagna (454 da ognuno dei 4,44 milioni di residenti)
Quindi, dei 913,5 miliardi di PIL totale del Nord, solo 11, l’1,2%, vanno alla sanità del Sud, solo 6 mld (l’1,6%) dei 359 di ricchezza Lombarda, 1,2 miliardi di 152, lo 0,8% del Veneto, mentre dell’Emilia Romagna 2 miliardi dei totali 150, l’1,3%.
Ulteriori considerazioni a latere, sulle quali qui non mi soffermo per ragioni di spazio: a) molto del PIL transalpino è generato da gruppi industriali o finanziari del Nord ma i cui fatturati vengono dall’intero territorio nazionale, b) molto PIL del Nord è prodotto da meridionali lì domiciliati ma non residenti, c) parte di quel finanziamento perequativo torna al Nord con la mobilità sanitaria, d) con risorse inviate al Sud si comprano beni e servizi prodotti al Nord, e) la potenziale maggiore efficacia al Nord per le risorse mantenute si attenuerebbe per l’accresciuta domanda di migrazioni sanitarie dal Sud dalla sanità impoverita, f) c’è rischio di ulteriore destabilizzazione sociale come reazione all’anti redistribuzione
Uno degli aspetti critici e legittimamente criticabili di quest’analisi è ovviamente la scelta del PIL come parametro indiretto di calcolo delle entrate e delle uscite per la sanità di ogni Regione e non l’esatta cifra contabile, i rispettivi quota capitaria e gettito fiscale. Il PIL, parametro principale, anche internazionale, di confronto sulla spesa sanitaria, qui è infatti usato come “proxy” di fabbisogno finanziario e capacità di spesa, indice di quanto ogni Regione dà o riceve, dal cui rapporto far derivare il calcolo della perequazione. Tuttavia se si analizzano le tabelle del riparto 2017 della “Stato Regioni” presentate ieri troverete piena coincidenza anche nei decimali.
Nella definizione degli “in”, qui assumo per semplicità che tutte le Regioni ricevano la stessa quota capitaria, il 6,7% del PIL, mentre questa differisce, seppure di poco, da Regione a Regione, con quelle del Sud sotto la media (1790 euro Sud, 1840 euro Nord, vedi suddetto riparto 2017) per meno anziani, quindi con perequazione ridotta a vantaggio del Nord rispetto a quanto ho qui ipotizzato.
Analogamente, sugli “out” non ho usato il reale contributo di ogni Regione alla fiscalità generale (Irap, Irpef, Iva, ecc.) di pressoché impossibile comparazione organica, assumendo invece per equa approssimazione per ogni Regione una cifra in dare collegata al proprio PIL, pur consapevole che il rapporto tra dare e avere in ogni Regione non è ad esso linearmente proporzionale (come secondo me invece dovrebbe essere), nonché le influenze di riflesso sia dei finanziamenti propri di ogni Regione (Addizionali, Bollo Auto, Accise, ecc.) sia della spesa privata, di gran lunga superiori al Nord.
L’analisi è, in altri termini, sostanzialmente più “macro”, di economia politica che “micro”, di matematica finanziaria applicata alla sanità, con tutti i relativi pro e contro. Fornisce cioè indicazioni puntuali ma di sistema e non di dettaglio, un’osservazione di larga magnitudine ma bassa risoluzione, più a vedere l’insieme che il particolare. Che è tuttavia l’obiettivo di fondo, il bersaglio grosso, nell’identificare qual è l’ordine di grandezza della ricchezza del Nord che va alla sanità del Sud. Pur con questi “caveat”, i numeri di cui sopra forniscono comunque un’indicazione coerente con la realtà.
Tuttavia sulla metodologia scelta, pur nel preservarne la validità del risultato, faccio per primo e volentieri autocritica, però puramente “Gramsciana”, ossia funzionale al dibattito sul tema, così cogente in questi giorni, affinché sia basato sui numeri e non sull’emotività spesso associata a disinformazione, come invece continua troppo spesso ad accadere.
Perché un punto circa di PIL del Nord trasferito alla sanità per il Sud non paventa quel dissanguamento con cui certa demagogia di facile presa populista spesso soffia sul fuoco di bassi istinti sempre più diffusi e praticati, dal volgo e non solo. Una demagogia per disarmare la quale è a volte sufficiente una calcolatrice. Purché associata ad una buona dose di civismo.

Prof. Fabrizio Gianfrate
Economia Sanitaria

27 ottobre 2017
© Riproduzione riservata

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