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31 Gen 2019
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Cambiamenti climatici: ecco come ci stanno uccidendo. Il report del New England

Se perfino il New England Jurnal of Medicine, che raramente si occupa di problemi ambientali arriva a pubblicare un articolo come questo, pensiamo sia ora di considerare il contrasto al cambiamento climatico come un argomento urgente dell’agenda sanitaria e di governo.

 

Il New England Journal of Medicine dedica questa settimana molto spazio all’impatto delle variazioni climatiche sulla salute. Nel nostro mondo, sempre più caldo e inquinato, si contano sempre più vittime, non solo dei decessi evitabili e delle malattie, ma anche della fame e della povertà. E a farne le spese sarà soprattutto il sud del mondo. Quello che meno ha contribuito a determinare questo flagello ambientale e climatico. Le soluzioni teoriche ci sono, ma richiedono investimenti e impegno politico, non così scontato purtroppo

21 GEN [Quotidianosanita.it] – I cambiamenti climatici non sono soltanto un argomento da salotto o da siti meteo, che ci terrorizzano annunciando l’arrivo dei vari Attila o Caronte, a seconda delle stagioni. Sono purtroppo una realtà, un work in progress verso il baratro, una minaccia terribile per l’ambiente e per la salute dell’uomo. E per toccare il fenomeno con mano basta riferirsi alle animazioni della NASA relative alla progressione delle anomalie termiche della superficie terrestre dal 1880 al 2017, che evidenziano nei toni del blu il ‘freddo’ anomalo e in quelli dell’arancio-rosso le ondate di caldo anomalo. Secondo questa visualizzazione, sembra che il pianeta stia prendendo fuoco. Come purtroppo, letteralmente sta accadendo in varie parti del mondo. Basti pensare alla tragedia dei wildfire della California dello scorso novembre.

Andy Haines (Dipartimenti di Salute Pubblica, Ambiente e Società e di Società e Salute della Popolazione della London School of Hygiene and Tropical Medicine, Londra) e Kristie Ebi  (Departments of Global Health and of Environmental and Occupational Health Sciences, University of Washington, Seattle), dalle pagine del New England Journal of Medicine di questa settimana ci ricordano che se non si porrà un freno al riscaldamento globale, nell’arco dei prossimi anni dovremmo attenderci un aumento di morbilità e mortalità legato a patologie direttamente connesse alle ondate di calore, ad altre legate alla cattiva qualità dell’aria, alla malnutrizione da ridotta qualità e quantità di cibo disponibile, a patologie infettive trasmesse da vettori (anche in aree geografiche inedite). Gravi anche le ripercussioni sociali del fenomeno, con un aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali, come diretta conseguenza dei cambiamenti climatici.

La temperatura globale della superficie terrestre è aumentata di 1 grado Celsius dall’epoca preindustriale ad oggi e, più in particolare, di 0,8 gradi dagli anni ’70 ad oggi. Il mese di agosto 2018 è stato il 406° mese di fila ad aver fatto registrare temperature al di sopra della media e al momento, l’aumento delle temperature medie si è attestato su + 0,2° per decade.

Il riscaldamento dell’aria trattiene anche più umidità e questo si riflette sulla tipologia delle precipitazioni  da qualche parte del pianeta e nello spettro della siccità in altre regioni. Le concentrazioni di anidride carbonica  (il gas più importante tra tutti quelli che contribuiscono all’effetto serra) sono passate da 280 ppm dell’epoca pre-industriale ai 410 ppm attuali. E purtroppo, parliamo di un gas destinato a restare nell’atmosfera a lungo (il 20% persiste per oltre mille anni).

Un disastro antropogenico
La responsabilità di tutto questo è prevalentemente dell’uomo; i cambiamenti climatici sono cioè per lo più ‘antropogenici’. Il che significa, l’uomo ha delle chiare responsabilità anche nei disastri cosiddetti ‘naturali’.
L’American Meteorological Society, che ogni anno fa delle valutazioni sull’influenza dell’uomo sul clima, ha stabilito che, nel 2016, tre eventi non si sarebbero verificati in assenza delle alterazioni climatiche provocate dall’uomo; si tratta del (triste) record del caldo globale, di un’ondata di calore  marina a latitudini alte e dei sui effetti sull’Alaska e dell’ondata di calore anomala registrata in Asia.

Chiare le responsabilità dell’uomo anche negli incendi boschivi che hanno devastato la parte occidentale del Nord America nell’estate del 2016 (tra Usa e Canada sono andati in fumo circa 3,6 milioni di ettari di terra) e violentato la California nel 2017 e nel 2018.
I cambiamenti climatici determinano anche un innalzamento dei livelli del mare, con conseguente pericolo di inondazioni a scapito di milioni di persone.

Cambiamenti climatici e rischi per la salute
I cambiamenti climatici possono avere un impatto diretto sulla salute, come quelli che derivano dall’esposizione ad elevate temperature. Possono però determinare anche una serie di effetti indiretti, quali le malattie trasmesse da vettori. Esistono poi tutta una serie di effetti mediati dalle condizioni socio-economiche, come gli effetti per la salute derivanti da un progressivo impoverimento. Sempre più attenzione infine si sta prestando alle conseguenze delle variazioni climatiche sulla salute mentale (essere vittime di inondazioni o di altri eventi estremi aumenta il rischio di depressione e di ansia che possono avere effetti importanti sulle persone con problemi di salute mentale preesistenti).

La lista dei possibili effetti per la salute si allunga di giorno in giorno. E’ emerso di recente ad esempio che l’aumento dell’ anidride carbonica ha un impatto sulla qualità nutritiva dei cereali, come riso e frumento, provocando la riduzione del contenuto di proteine, micronutrienti e vitamine B. Le alterazioni climatiche possono ridurre anche la produzione di vegetali e legumi.

L’OMS stima che tra il 2030 e il 2050, potrebbero verificarsi 250 mila decessi l’anno tra gli anziani, a causa delle ondate di calore, dell’aumento delle malattie diarroiche, di malaria, dengue e inondazioni costali. E si tratta di stime prudenti, sottolineano gli autori, che non tengono conto ad esempio dell’interruzione dei servizi sanitari dovuti a condizioni di maltempo estremo o di eventi climatici.
Altre stime parlano di 529 mila decessi possibili entro il 2050 causati da una riduzione della disponibilità di cibo (soprattutto frutta e verdura) per i cambiamenti climatici. E anche le stime della Banca Mondiale sono da Armageddon: entro il 2030 potrebbero esserci 100 milioni di persone in più ridotte in povertà estrema a causa dei cambiamenti climatici. E il peso di questa catastrofe umanitaria andrà a gravare soprattutto sui Paesi a basso reddito che, paradossalmente, sono quelli che meno hanno contribuito alle emissioni di anidride carbonica.

L’inquinamento killer
A livello mondiale, si stima che l’inquinamento atmosferico e quello dell’aria indoor siano responsabili di 6,5 milioni di morti premature ogni anno, ma stime recenti parlano di 9 milioni di decessi l’anno dovuti agli attuali livelli di inquinamento da polveri sottili e di oltre 1 milioni di decessi associati all’ozono della troposfera. Le cause dell’inquinamento killer variano da Paese a Paese; negli Usa ad esempio il 58% delle morti in eccesso sono attribuibili all’impiego di combustibili fossili (per traffico, produzione di energia elettrica, industria); in India attualmente solo il 26% dei decessi in eccesso è dovuto all’impiego di combustibili fossili, ma questa percentuale andrà verosimilmente aumentando man mano che aumenteranno i fabbisogni energetici e la richiesta di combustibili ‘puliti’ per uso domestico.

Cosa può fare la categoria dei medici e degli operatori sanitari
Le variazioni climatiche causano morti e ‘feriti’ e le proiezioni per il futuro sono catastrofiche, se non verranno messe in campo misure di ‘mitigazione’. Si gioca ormai in difesa perché la situazione è già quasi fuori controllo e adesso l’obiettivo indicato dall’Intergovernmental Panel on Climate Change è di contenere il riscaldamento globale entro un aumento di 1,5° (arrivare a 2° comporterebbe conseguenze drammatiche), riducendo le emissioni di carbonio del 45% rispetto ai livelli del 2010, entro il 2030.

E i professionisti sanitari, secondo gli autori di questo saggio, potrebbero giocare un ruolo molto importante nell’arginare questo flagello: aiutando i sistemi sanitari a sviluppare delle misure di adattamento in grado di ridurre i rischi per la salute comportati dai cambiamenti climatici; promuovendo  comportamenti sani e politiche a basso impatto ambientale; supportando iniziative trasversali volte a ridurre l’impronta ambientale della società e più in dettaglio dei servizi sanitari; intraprendendo infine ricerche e svolgendo azioni educative sull’impatto dei cambiamenti climatici per la salute.

Maria Rita Montebelli

21 gennaio 2019
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